Ferrara calpesta la memoria di Bassani
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Mentre a Bologna si onora la memoria di Giorgio Bassani con la proiezione in prima mondiale del film biografico “In gran segreto – Un racconto familiare su Giorgio Bassani”, a Ferrara – dove lo scrittore aveva ambientato gran parte delle sue opere più celebri, quelle che raccontano la vita della comunità ebraica durante il fascismo – accade esattamente il contrario.
È doveroso riaffermarlo: la città estense calpesta la sua memoria, le sue idee e il suo pensiero, ospitando un mega concerto rock in un’area – il parco che la città ha a lui dedicato – che nelle intenzioni avrebbe dovuto rappresentare un polmone verde e un luogo di meditazione. E invece, proprio qui, si prepara l'invasione.
L’attesa per Vasco e i numeri dell’evento
Saranno centoventimila, tra venerdì 5 e sabato 6 giugno, le persone che accorreranno per assistere al ritorno del rocker di Zocca, lui che mancava da questi palchi da ben trentanove anni (l’ultima volta, nel lontano 1986, si esibì in una Ferrara che non era ancora stata invasa dalla febbre dei grandi eventi).
La doppia data, che fa seguito alla “data zero” di Rimini, trasformerà il Parco Urbano “Giorgio Bassani” – la stessa area che nel 2023 accolse il concerto di Bruce Springsteen – in un gigantesco agglomerato umano, con sessantamila spettatori per ciascuna serata. E non si tratta solo di numeri da capogiro: l’88% di loro, dicono le previsioni, arriva da fuori provincia, un dato che da solo spiega la portata logistica e, inevitabilmente, l’impatto devastante su un'area verde nata come “riserva” naturalistica.
La macchina organizzativa e le polemiche sopite
D'altronde, la macchina organizzativa è già partita da giorni, con il Comune che ha messo a punto un piano viabilità degno di un assedio militare: tre aree di restrizione – rossa, arancione e gialla – che paralizzeranno la zona nord della città dalla mezzanotte del 5 giugno fino all’alba del 7. I cancelli apriranno alle dodici, mentre l’inizio dello show è fissato per le venti e quarantacinque; ci saranno parcheggi esauriti in anticipo, navette, e persino treni straordinari notturni per accompagnare via la marea umana.
Una macchina perfetta, se si considerano le cinque ambulanze, i quattrocentosessanta steward, i cento agenti della Polizia Locale e le centosettanta telecamere pronte a monitorare ogni movimento. Eppure, a questa febbre organizzativa, non è seguita alcuna riflessione sulla natura del luogo che la ospita.
Il parco, lo ricordano le associazioni, è un'area di particolare interesse paesaggistico, preservata dall'urbanizzazione grazie anche all'impegno degli stessi intellettuali – come Bassani e l’avvocato Paolo Ravenna – che negli anni Settanta ne avevano chiesto la tutela.
Il parco, un santuario violato
L’ironia – se così si può chiamare – è amara. Il parco fu dedicato a Giorgio Bassani nel 2003, ma il suo nome, oggi, sembra essere solo un’etichetta burocratica su un cartello all’ingresso, dimenticata da chi ha scelto di trasformare quel luogo sacro alla memoria in un palcoscenico per il rock. Ciò che è accaduto due anni fa, quando Bruce Springsteen lasciò il terreno devastato, dovrebbe aver insegnato qualcosa.
Allora il parco fu chiuso per mesi ai cittadini per riparare i danni al manto erboso; quel precedente – denunciato a suo tempo dal comitato “Save the Park” – avrebbe dovuto costituire un monito per l’amministrazione e per i promoter. Invece, il meccanismo si ripete identico: si scelgono i grandi numeri, si incassano i diritti d’immagine, e si lascia che la memoria venga calpestata come l’erba sotto gli scarponi dei centoventimila.




