Dubai e la guerra, cronaca di una normalità sospesa tra paura e adattamento
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Redazione Esteri
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La guerra che infiamma il Medio Oriente, giunta ormai al suo tredicesimo giorno, ha proiettato Dubai in una dimensione inedita, quella di una città costretta a fare i conti con il rumore assordante dei droni e con la vista di detriti di missili intercettati che cadono dal cielo, trasformando quella che era percepita come un’oasi di sicurezza in un territorio esposto alle tensioni regionali. Eppure, mentre le cronache internazionali descrivono scenari di fuga e paralisi, chi vive e lavora nell’emirato racconta una realtà più stratificata, fatta di preoccupazione ma anche di una determinazione ostinata ad andare avanti. Tra questi, c’è Roberto Sorvillo, architetto trentottenne originario di Battipaglia, che da due anni e mezzo ha fatto di Dubai la sua base professionale, aprendo due società con un socio. Nei reel che pubblica sui social, la sua espressione tradisce la preoccupazione per quanto sta accadendo, ma la sua scelta è chiara: non se ne andrà. «Non me ne vado e sono tranquillo», spiega, «nonostante quello che stiamo vivendo. La mia ansia è per il lavoro, non per la mia vita. Sono convinto che prima o poi la guerra finirà».
Il contrasto tra la percezione esterna e quella interna è netto e Sorvillo lo sottolinea con pragmatismo, descrivendo una quotidianità che, paradossalmente, mantiene i suoi rituali. I danni agli edifici, visibili in alcune immagini, sono per lui attribuibili ai frammenti dei droni abbattuti dai sistemi di difesa, un effetto collaterale di una protezione che considera efficace. «Per noi che viviamo qui», afferma, «Dubai rimane il posto più sicuro al mondo. Continuo a lasciare la macchina aperta con le chiavi dentro, non chiudo a chiave la porta di casa, faccio la spesa come sempre e la benzina costa ancora cinquanta centesimi al litro». Non è il panico a guidare le sue giornate, quanto piuttosto la consapevolezza che siano le dinamiche economiche a stare mutando profondamente sotto i colpi del conflitto. Nel suo settore, come nei ristoranti e negli alberghi, il fatturato è crollato a livelli minimi, attestandosi a malapena al die per cento. La città, ammette, si è improvvisamente svuotata, ma lui legge questo esodo come un fenomeno temporaneo, convinto che molti non aspettino altro che poter tornare.
Un settore immobiliare che si riorganizza nell’attesa
Se la presenza turistica è drasticamente calata, il mercato immobiliare, cuore pulsante dell’economia locale, mostra segnali contraddittori che raccontano di una fase di stallo e di attesa, piuttosto che di un tracollo irreversibile. Sorvillo, che opera con un’agenzia immobiliare e una che gestisce affitti turistici, osserva i numeri con l’occhio di chi deve prendere decisioni quotidiane. La squadra è ancora al completo, nonostante gli appartamenti gestiti attraverso le piattaforme online siano rimasti vuoti. La flessione dei prezzi delle abitazioni, secondo i dati che monitora, si attesta attorno al cinque per cento, con un solo caso isolato di sconto ben più elevato, intorno al ventisei per cento. Dato ancor più significativo, gli annunci di vendita sono passati da tredicimila a quattordicimila nell’arco di una settimana, un incremento che suggerisce una messa sul mercato da parte di piccoli investitori intimoriti, ma non una fuga di massa.
L’analisi di Sorvillo distingue tra diverse tipologie di acquirenti, rivelando come la percezione del rischio non sia univoca. Chi dispone di capitali consistenti, i cosiddetti cash buyer, sembra fiutare l’affare, alla ricerca di occasioni dettate dalla momentanea debolezza del mercato. Lo dimostrano i contatti avuti proprio quella stessa mattina con due potenziali clienti italiani, interessati a progetti con consegna prevista per il 2028. «Sanno che Dubai si riprenderà», è la sua convinzione. Diverso è l’atteggiamento del piccolo risparmiatore, di chi non può permettersi errori e valuta un investimento nell’ordine dei centocinquantamila o duecentomila euro. Per questi, soprattutto se non hanno mai messo piede in città, la percezione di un pericolo immediato rappresenta un freno psicologico potente. Tuttavia, a tenere banco non è solo la compravendita, ma la vita che continua nei cantieri, ancora attivi, e nelle ristrutturazioni che lui stesso porta avanti. «Stringendo la cinghia si va avanti», sintetizza, guardando all’autunno, quando con l’arrivo della stagione fredda prevede un ritorno della folla e degli affari.
L’altra faccia della medaglia: la tensione nelle attività commerciali
A pochi chilometri di distanza, la percezione della quotidianità può però cambiare radicalmente, specialmente per chi gestisce attività commerciali di lusso in zone nevralgiche. Mentre Sorvillo racconta di una normalità resiliente, altri imprenditori italiani vivono momenti di autentica apprensione. È il caso di Luca Piattelli, stilista e imprenditore con radici a Chiesina Uzzanese, che lo scorso anno ha inaugurato un atelier di lusso nella Regent Tower, un grattacielo situato nella Business Bay, il cuore finanziario della città. Per lui e per il suo personale, la guerra non è solo una variabile economica da monitorare, ma una presenza fisica e minacciosa. I detriti dei missili e le schegge dei droni abbattuti, racconta, sono caduti a pochi metri dal salone, un evento che ha trasformato la paura in compagna quotidiana.
Il racconto di Piattelli dipinge un quadro di tensione latente che contrasta con l’immagine di operosa tranquillità offerta da altri residenti. I suoi dipendenti ricevono alert continui sui telefoni, avvisi che li invitano a non affacciarsi alle finestre e a rimanere in casa. Il passaggio dei droni e la caduta dei missili sono spettacoli a cui assistono loro malgrado, alimentando un clima di alta tensione. Pur non ravvisandosi, forse, un concreto e imminente pericolo di vita, la percezione di ciò che accade all’esterno è fortissima e logorante. La piazza stessa, il downtown, si sta svuotando: chi ha la possibilità di andarsene lo fa, rendendo il lavoro non solo difficile, ma quasi surreale. Piattelli, preoccupato, auspica una rapida pacificazione dell’area, necessaria per poter continuare a offrire i propri servizi in una città che, nonostante tutto, rappresenta una vetrina internazionale di primissimo piano.
La resilienza di una metropoli abituata a convivere con le crisi
Osservando Dubai da una prospettiva più ampia, emerge una città abituata a gestire scenari complessi, dove la macchina organizzativa e la fiducia nelle istituzioni giocano un ruolo fondamentale nel contenere il panico. A confermare questa capacità di reazione è Francesco Galdi, rate Operations & Beverage Manager di Buddha-Bar Worldwide, che a Dubai risiede da oltre dodici anni. Galdi respinge con decisione la narrazione apocalittica diffusa da molti media internazionali, descrivendo una situazione in cui, dopo lo smarrimento iniziale del 28 febbraio, il governo ha subito trasmesso un messaggio di controllo. «Spaventati? Certo», ammette, «chi non lo sarebbe in una situazione del genere». Ma la sensazione prevalente è che vigilanza e normalità possano coesistere, e che la prima non debba necessariamente paralizzare la seconda.
La reazione del settore dell’ospitalità, uno dei pilastri dell’economia cittadina, è stata esemplare in tal senso. Poche ore dopo i primi attacchi, Galdi e i suoi partner avevano già organizzato diversi incontri per gestire la contingenza, valutare la sicurezza e pianificare la continuità delle attività. Questa rapidità operativa è il riflesso del peso strategico del settore. Negli hotel e nei ristoranti, sottolinea, si continua a lavorare, a preparare cocktail e a servire clienti. Non si respira l’aria di un’emergenza perenne. Galdi critica aspramente l’odio e i toni catastrofici letti sui social contro i residenti, definendoli ingiustificabili e lontani anni luce da una realtà fatta di gestione responsabile e lucidità. Per i professionisti dell’ospitalità, molti dei quali lontani da casa, la rete di relazioni e il supporto reciproco diventano un’infrastruttura sociale fondamentale per superare l’incertezza, trasformando una comunità di colleghi in un fattore chiave di resilienza.




