La doppia frana che imprigiona il borgo di Isola Farnese e il grido di Tinto Brass

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Centoventidue scalini separano Isola Farnese dalla normalità, una scalinata faticosa e pericolosa che, dopo la doppia frana di gennaio, è diventata l’unico, precario collegamento per i centosessanta abitanti di quel gioiello medievale immerso nel Parco di Veio. Un nastro bianco e rosso, sostituitosi a una ringhiera ormai assente, offre un appiglio illusorio lungo un percorso che, sotto la pioggia, si trasforma in una trappola scivolosa, primo in metallo e poi in tufo sconnesso. È questa la nuova, drammatica quotidianità di un intero borgo, strappato alla civiltà dal distacco di un masso l’8 gennaio e, successivamente, da una frana che ha reso inagibile l’unica strada carrabile d’accesso, lasciando come via di fuga soltanto quella scala di ferro approntata in emergenza. Un isolamento che dura da oltre un mese e che, pur non essendo nuovo a episodi di dissesto, ha questa volta raggiunto un parossismo di difficoltà, rendendo la vita insostenibile soprattutto per chi, come molti anziani, ha problemi di mobilità.

L'appello del regista, prigioniero nella sua casa da cinquant'anni

Tra coloro che vivono questa condizione di forzata reclusione c’è Tinto Brass, il maestro del cinema che da oltre mezzo secolo ha eletto il borgo a suo rifugio creativo, lontano dai clamori della città. L’autore di film come “La Chiave” e “Miranda”, spirito libero per antonomasia, si descrive oggi come un prigioniero nella propria stessa casa, lanciando un accorato appello alle istituzioni perché si intervenga con urgenza. “Se sto male? Deve arrivare l’elicottero”, dichiara il regista, sottolineando con crudezza le sue personali difficoltà di deambulazione e il rischio concreto in cui versano tutti i residenti in caso di emergenza sanitaria. Una situazione che ricorda, per certi versi, un nuovo lockdown, ma imposto non da un virus bensì dall’incuria e dalla fragilità del territorio, con un’intera collettività costretta a misurarsi con l’abbandono e la paura.

Un'emergenza infrastrutturale che rischia di cancellare la storia

Il caso di Isola Farnese, amato negli anni da artisti e cercatori di quiete, solleva interrogativi più ampi sulla tenuta e sulla sicurezza dei piccoli centri storici, spesso dimenticati nonostante il loro inestimabile valore paesaggistico e culturale. La frana, che ha sbarrato la via principale, non ha infatti provocato solo un disagio logistico temporaneo, ma rischia di innescare un progressivo spopolamento e di danneggiare irreparabilmente un tessuto abitativo e sociale unico. Le richieste dei residenti, che chiedono sicurezza e interventi strutturali definitivi e non solo soluzioni tampone, rimbalzano tra le competenze dei diversi enti, mentre la vita nel borgo procede a fatica, scandita dalla fatica di quei gradini che separano dalla spesa, dalle visite mediche, dalla scuola.

La strada bloccata e il futuro incerto di un microcosmo

Oltre alla scala, rimane attivo un sentiero sterrato di fortuna, percorribile però soltanto a piedi o con mezzi fuoristrada, un’opzione impraticabile per la maggior parte delle persone e del tutto inadeguata per qualsiasi tipo di approvvigionamento regolare o servizio di soccorso organizzato. La condizione di isolamento, dunque, non è solo fisica ma si trasforma rapidamente in economica e sociale, minando alle fondamenta la possibilità stessa di continuare a vivere in quel luogo. La cronaca nera, del resto, ha spesso insegnato come la tragedia sia figlia della negligenza e della sottovalutazione del rischio idrogeologico, un monito che i fatti di Isola Farnese ripropongono con drammatica attualità, mentre le inchieste tecniche per accertare le responsabilità e progettare gli interventi di messa in sicurezza, si spera, prendono il loro corso.

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