Trump firma i dazi al 100% sui droni: colpita la Cina, ma anche Ue e Regno Unito pagheranno dazi minori

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone nuovi dazi doganali fino al 100% sulle importazioni di droni e componenti, una mossa che, secondo quanto dichiarato dalla Casa Bianca, mira a tutelare la sicurezza nazionale e a ridurre la dipendenza dell’America dalle catene di fornitura estere. Il provvedimento, ufficializzato il 13 agosto con un proclama presidenziale, entra in vigore in tempi rapidi, con le principali tariffe che scatteranno il 3 settembre, mentre per alcuni componenti meno sensibili è prevista una dilazione di 180 giorni.

La decisione, che si inserisce in un contesto di crescente tensione commerciale tra Washington e Pechino, prende di mira in modo particolare l'industria cinese dei droni, un settore ormai dominato da aziende come DJI, che controlla circa il 70% del mercato statunitense e oltre due terzi di quello globale.

La struttura dei dazi: un sistema a più livelli per dimensioni e provenienza

Il sistema tariffario introdotto da Trump è articolato e prevede aliquote differenziate in base alle caratteristiche tecniche dei velivoli e al paese di origine. La misura più severa, pari al 100%, si applica ai droni considerati "particolarmente sensibili" per la sicurezza nazionale, una categoria che include i modelli con peso al decollo superiore ai 25 chilogrammi, quelli dotati di telecamere termiche, le stazioni di ricarica e una serie di componenti critici come motori, controller di velocità e batterie al litio.

Per i droni di dimensioni inferiori, quelli commerciali e ricreativi che non presentano le stesse caratteristiche ritenute rischiose, l'aliquota scende al 25%. L'amministrazione Trump ha giustificato la scelta con la necessità di proteggere la base industriale della difesa, sottolineando il ruolo fondamentale che i droni giocano nei moderni conflitti e la vulnerabilità creatasi per l'eccessiva dipendenza da fornitori esteri per componenti essenziali.

Le eccezioni per gli alleati: Ue al 15%, Regno Unito al 10%

Pur non essendoci un'esenzione totale, il provvedimento riserva un trattamento di favore ad alcuni partner commerciali storici degli Stati Uniti. Per i droni e i componenti provenienti dall'Unione Europea, dal Giappone, dal Liechtenstein, dalla Corea del Sud, dalla Svizzera e da Taiwan, il dazio sarà fissato al 15%, mentre per quelli provenienti dal Regno Unito l'aliquota scende al 10%.

Queste agevolazioni sono comunque subordinate a una condizione stringente: la quasi totalità dell'hardware, del software e della tecnologia deve avere origine in questi paesi o negli Stati Uniti, una clausola che mira a impedire il transito di prodotti cinesi attraverso nazioni terze per aggirare le tariffe più pesanti.

L'obiettivo dichiarato dall'amministrazione è quello di incoraggiare la produzione interna americana nell'ambito di una strategia denominata "American Drone Dominance", mentre le aliquote ridotte per i partner commerciali appaiono come un tentativo di limitare il contraccolpo diplomatico ed economico della misura.

Un nuovo capitolo nella guerra commerciale con Pechino

La nuova offensiva tariffaria di Trump non arriva in un vuoto politico, ma rappresenta l'ultimo atto di un botta e risposta commerciale con la Cina che si è intensificato nelle settimane precedenti. A inizio agosto, Pechino aveva risposto alle precedenti sanzioni statunitensi annunciando restrizioni all'export di droni verso gli Stati Uniti e inserendo sei aziende nella sua lista nera.

La mossa di Washington, che si basa sulla Section 232 del Trade Expansion Act, appare quindi come un'ulteriore escalation per contrastare l'egemonia cinese nel settore, puntando a colpire la posizione dominante di DJI, azienda che secondo diverse stime detiene oltre i due terzi del mercato globale.

Per facilitare la riconversione industriale, il provvedimento autorizza il Segretario al Commercio a istituire un programma di "onshoring" che potrebbe offrire esenzioni temporanee dalle tariffe alle aziende che presentano piani verificati di investimento per nuovi impianti di produzione sul suolo statunitense.

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