Noi, topi nei bunker della Linea tra le bombe di India e Pakistan
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Redazione Esteri
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A Tiwari, villaggio sperduto nel distretto di Uri, la tensione è palpabile. Gli abitanti, che fino a pochi giorni fa avevano assaporato una tregua precaria, ora temono di rivivere gli incubi del passato. Bilal, un giovane del posto, racconta che suo padre morì durante i raid del 2003, e oggi la storia sembra ripetersi. "Siamo come topi nei bunker", dice, mentre il rombo degli aerei riecheggia tra le montagne.
L’attentato del Fronte di Resistenza, che ha ucciso 26 turisti indiani, ha scatenato la risposta di Delhi con un attacco aereo oltre la "Linea di controllo", il confine militarizzato che separa il Kashmir indiano da quello pachistano. Una spirale di violenza che, nonostante il cessate il fuoco firmato sabato, lascia cicatrici profonde. Secondo le autorità indiane, almeno 23 persone sono morte sotto i bombardamenti pakistani, mentre decine di altre riportano ferite.
La vita nel Kashmir controllato dall’India sta tornando lentamente alla normalità, ma la paura resta. Le strade, deserte fino a ieri, si riempiono di nuovo, ma i mercati aprono con cautela, come se ogni rumore potesse annunciare un nuovo raid. Il cessate il fuoco, mediato dall’ex presidente americano Donald Trump, è stato definito "completo e immediato", ma nessuno si illude che sia più di una tregua temporanea.
Quella tra India e Pakistan non è solo una crisi locale: è un conflitto che si consuma alle porte della Cina, in un’area cruciale per gli equilibri geopolitici e il commercio globale. Le armi, che non hanno taciuto in Ucraina né a Gaza, continuano a tuonare qui, dimostrando quanto sia fragile la pace quando le superpotenze giocano le loro partite.




