Conte in commissione Covid: "Plotone d'esecuzione" e attacco a Meloni. La replica della premier
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Redazione Interno
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«Giuro sull'onore di dire tutta la verità, perché l'onore per me viene prima di tutto». Con questa solenne dichiarazione, pronunciata davanti ai membri della commissione parlamentare d'inchiesta sulla gestione dell'emergenza Covid, l'ex presidente del Consiglio e leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha aperto la sua audizione, iniziata con quasi quattro ore di ritardo a causa dei lavori d'Aula della Camera. Il clima, sin dalle prime battute, si è rivelato incandescente.
Conte, che per poter testimoniare si era dimesso dalla stessa commissione, non ha usato mezzi termini nel definire l'organismo che lo aveva convocato: un vero e proprio «plotone di esecuzione» orchestrato ai suoi danni, nonché, al contempo, una «gabbia di protezione» per gli amministratori locali del centrodestra. Una definizione, quest'ultima, che ha immediatamente innescato un duro botta e risposta con la presidente del Consiglio in carica, Giorgia Meloni, trasferendo lo scontro politico dalle aule parlamentari ai social network.
«Lei è la regista», la sfida di Conte a Meloni
L'audizione di Giuseppe Conte, durata oltre tre ore, si è trasformata ben presto in un contrattacco frontale. L'ex premier ha infatti puntato il dito contro la premier Giorgia Meloni, accusandola di essere la «regista» di quella che lui ha definito una messinscena politica finalizzata a delegittimarlo.
«Lei è la regista anche di questi attacchi, di questo plotone di esecuzione che viene portato e realizzato in commissione – ha scandito Conte, con un tono che alternava il rigore dell'avvocato all'ardore del leader politico – e ovviamente tutto quel circuito mediatico, grazie a stampa e tv amiche, che gettano fango da tempo per colpirmi politicamente».
Rivolgendosi direttamente alla presidente del Consiglio, Conte ha lanciato una sfida a viso aperto, invitandola a un confronto diretto e trasparente, lontano da «trucchetti» e «mezzucci», che, a suo dire, sono stati utilizzati per costruire questa inchiesta. «Allora dico, Giorgia Meloni, non è meglio che mi affronti politicamente? Su, via, in trasparenza. Io sono qui, confrontiamoci politicamente da esponenti politici seri, responsabili».
La pronta replica di Meloni: "Verità è un diritto"
A stretto giro, la replica di Giorgia Meloni non si è fatta attendere. In un post pubblicato sui propri profili social, la presidente del Consiglio ha respinto al mittente le accuse di Conte, ribadendo la natura istituzionale e non politica del lavoro della Commissione Covid. «Giuseppe Conte sostiene che la Commissione Covid sarebbe un 'plotone di esecuzione' orchestrato contro di lui – ha scritto Meloni –. Solo che, a differenza sua, non mi interessa gettare fango su nessuno, né trasformare una tragedia che ha segnato milioni di italiani in un terreno di scontro personale».
La premier ha poi insistito sul fine ultimo dell'inchiesta, che per lei è uno solo: la ricerca della verità per il Paese. «Quello che dovrebbe interessare tutti – ha proseguito il presidente del Consiglio – e che interessa soprattutto agli italiani, è una cosa molto più semplice: conoscere tutta la verità su ciò che è accaduto durante la pandemia». Meloni ha concluso il suo intervento con una frase dal forte impatto emotivo e politico, ribadendo che l'indagine non è un processo a una persona, ma «un dovere verso una Nazione che ha pagato un prezzo altissimo.
La verità sulla pandemia non è un attacco politico. È un diritto degli italiani».
La svolta del documento anonimo e il caso Jc Electronics
A rendere l'audizione di Giuseppe Conte ancora più esplosiva è stato un annuncio a sorpresa. L'ex presidente del Consiglio ha rivelato di essersi recato lunedì scorso presso la procura di Roma per depositare un documento di dieci pagine, ricevuto in forma anonima, che solleverebbe nuovi e gravissimi interrogativi sulla vicenda delle mascherine. «Questo documento – ha spiegato Conte – è redatto il 14 aprile del 2022. È un verbale, siglato in tutte le pagine, che viene redatto al fine di verificare la consegna delle mascherine effettuate dalla società JC Electronics Italia S.r.l.
», finita al centro di un contenzioso con lo Stato per una maxi-fornitura di dispositivi. Secondo l'ex premier, dal verbale emergerebbe che molti dei colli depositati presso un magazzino di Pomezia non contenevano mascherine con la prescritta efficacia filtrante e che i documenti di accompagnamento presentavano «una rappresentazione contraffatta». Conte ha quindi puntato l'attenzione sull'accordo transattivo con cui la presidenza del Consiglio e il ministero della Salute, nell'ottobre scorso, hanno chiuso il contenzioso con la società riconoscendole circa 100 milioni di euro.
«Come si fa a dare 100 milioni a Jc Electronics prima del giudizio cautelare? – si è chiesto Conte, manifestando tutto il suo sconcerto da giurista – Non avete trovato sei milioni per le mammografie». La società di Colleferro, però, ha immediatamente respinto le insinuazioni, definendo il documento «non una novità» e già «uscito indenne dal vaglio della magistratura».
La difesa ad oltranza e il futuro dell'inchiesta
Lungo tutto il pomeriggio, Giuseppe Conte ha rivendicato la correttezza e la legittimità delle scelte operate durante la sua gestione dell'emergenza, difendendo l'uso dei Dpcm («impugnabili davanti al Tar») e dello stato d'emergenza, che non è stato una «dittatura sanitaria», e ricordando come la proroga di quest'ultimo sia stata poi operata dal governo Draghi. «Potete scavare quanto volete – ha tuonato l'ex premier rivolto ai membri della maggioranza – Non troverete mai nulla di illecito». Al termine delle tre ore di relazione, sono iniziate le domande dei commissari.
Il capogruppo di Fratelli d'Italia, Galeazzo Bignami, ha annunciato che il lavoro della commissione proseguirà a settembre, mentre la capogruppo Alice Buonguerrieri ha contestato la novità del documento anonimo presentato da Conte, sostenendo che si tratta di un atto già noto alla magistratura e archiviato. Nonostante gli attacchi, Conte ha rassicurato i presenti, e in particolare Bignami, sulla sua volontà di tornare a testimoniare: «Io vengo a settembre, ottobre, novembre...», ha concluso.
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