Italia, il gruzzolo mancato e quei 10 mila euro che non volarono in america
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Redazione Sport
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La disfatta di Zenica non ha lasciato solo un macigno sul futuro del calcio italiano, ma ha portato alla luce un retroscena che sa più di resoconto aziendale che di epopea sportiva. Mentre il sogno mondiale evaporava tra i calci di rigore contro la Bosnia, negli spogliatoi aleggiava ancora il fantasma di una trattativa – poi abortita – su un bonus da 300 mila euro. Una cifra, questa, che i giocatori avrebbero voluto intascare proprio per timbrare il biglietto per gli Stati Uniti, dove, non va dimenticato, siederà sul trono presidenziale Donald Trump. Una beffa ulteriore, se si considera che quel premio personale, ammontante a circa 10 mila euro a testa per l’intero gruppo dei 28 convocati, rappresenta per questi atleti una frazione irrisoria degli stipendi milionari guadagnati nei rispettivi club.
La richiesta nel momento decisivo
Secondo quanto riportato da fonti vicine alla spedizione, un nucleo di giocatori – il cui nome non è trapelato ufficialmente ma che avrebbe agitato lo spogliatoio alla vigilia della finale playoff – avrebbe sondato il terreno con la Federcalcio. L’oggetto del desiderio era una ricompensa pattuita in caso di successo sul campo del Bilino Polje; una sorta di premio qualificazione che, nelle intenzioni, avrebbe dovuto suggellare il ritorno nella competizione più importante che ci sia dopo l’incubo delle due precedenti esclusioni. La richiesta, che prevedeva un assegno complessivo da dividersi in parti uguali, si è infranta però contro la fermezza del commissario tecnico Gennaro Gattuso. L’allenatore, leggenda per la sua grinta in campo, avrebbe stoppato sul nascere quelle voci, invitando il gruppo a concentrarsi unicamente sulla partita e a lasciare da parte discorsi economici prima ancora di aver centrato l’obiettivo.
Uno stipendio per la maglia
La vicenda, naturalmente, riaccende i riflettori su un meccanismo poco noto al grande pubblico: il compenso per i calciatori della Nazionale. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, indossare la maglia azzurra non significa giocare a titolo gratuito, anzi. Esiste un sistema di rimborsi e premi partita che retribuisce i calciatori per le loro prestazioni, sebbene cifre come quelle discusse (10 mila euro a testa) appaiano quasi umilianti se paragonate ai contratti milionari della Serie A. E proprio qui sta il paradosso denunciato da molti osservatori: che bisogno avevano questi atleti di chiedere quel regalo? Una domanda che diventa ancora più legittima dopo la prestazione opaca fornita dalla squadra, condita dall'espulsione di Bastoni e da una gestione confusa della lotteria dei rigori. La sensazione, al di là della sconfitta, è che quell’aria “pesante” respirata a Zenica – fatta di nervosismo invece che di sana tensione agonistica – abbia avvelenato l’ambiente proprio mentre serviva maggiore lucidità.
Lo sviluppo giudiziario e il silenzio
A differenza di quanto accade in altri casi di cronaca nera o di inchieste federali, questo episodio non ha ancora generato procedimenti formali davanti agli organi giudiziari sportivi. Si tratta, al momento, di un retroscena giornalistico pubblicato da testate autorevoli, che descrive un momento di tensione interna più che una violazione regolamentare. Non ci sono stati esposti ufficiali né indagini della procura federale, poiché la richiesta, sebbene ritenuta inopportuna dal ct, non costituisce di per sé un illecito. Eppure, il peso di queste rivelazioni ha contribuito a far crollare un clima già fragile, portando – nelle ore successive all’eliminazione – ai passi d’addio di diversi vertici. Nel silenzio tombale degli spogliatoi, solo pochi calciatori hanno trovato il coraggio di parlare davanti alle telecamere; gli altri, quelli che avevano sondato il terreno per il bonus, hanno preferito rimanere in ombra, divorati da quello sconforto che solo un’occasione mancata – e forse un po’ troppo mercenaria – sa regalare.




