La richiesta dei trecentomila euro, il “no” di Gattuso e quel nervosismo prima della débâcle azzurra

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il campionato riprende, come sempre accade dopo una sosta amara, ma la ferita per la mancata qualificazione ai Mondiali – la terza consecutiva, un dato che pesa come un macigno – è tutt’altro che rimarginata. A pochi giorni dalla notte di Zenica, dove la nazionale italiana ha visto sfumare l’accesso alla rassegna iridata del 2026 (in programma tra Stati Uniti, Messico e Canada), emergono dettagli inediti sul clima che precedette quella sfida decisiva. Secondo un retroscena pubblicato da Repubblica, all’interno dello spogliatoio azzurro non si respirava soltanto la pressione tipica di una finale di playoff; c’era dell’altro, molto più terra terra, e riguardava il denaro.

Un’aria pesante e una richiesta choc alla vigilia

“A Zenica si respirava un’aria pesante – si legge nell’inchiesta del quotidiano –. Più che adrenalina e tensione, nervosismo”. In quel clima opprimente, un gruppo ristretto di giocatori, probabilmente alcuni dei cosiddetti “leader” dello spogliatoio, avrebbe iniziato a informarsi con insistenza sulla presenza o meno di una ricompensa economica in caso di vittoria sul campo del Bilino Polje. La domanda, circolata sottobanco, si trasformò presto in una vera e propria richiesta: “Dateci 300mila euro”. Una cifra, quella del bonus richiesto, che avrebbe garantito a ogni convocato poco più di diecimila euro lordi a testa in caso di qualificazione ai Mondiali 2026.

Gattuso dice no e sbotta, poi la richiesta al ct: “Rimanete”

A frenare ogni tentazione di mercanteggiare il traguardo sportivo, sempre secondo il retroscena, sarebbe stato l’allenatore Rino Gattuso. L’ex centrocampista, noto per il suo carattere spigoloso e per una certa idea di sacralità della maglia, avrebbe liquidato la richiesta con un secco “no”, definendo la mossa “inopportuna e intempestiva”. La sua reazione, riportata senza virgolettati testuali ma con nettezza, avrebbe gelato l’ambiente. A quel punto, quasi a voler ricucire uno strappo che rischiava di minare ulteriormente la concentrazione, alcuni dei giocatori si sarebbero rivolti al commissario tecnico chiedendogli – paradossalmente – di restare, come se il vero problema non fossero i soldi ma la fragilità di un gruppo già sull’orlo di una crisi di nervi. La partita, poi, è storia nota: 0-0 dopo i supplementari, sconfitta ai rigori e un’altra estate senza Mondiali.

Un particolare che riapre le crepe di una nazionale smarrita

La rivelazione della Repubblica non riguarda solo l’aspetto economico, certo volgare se rapportato all’onore di indossare l’azzurro, ma getta una luce sinistra sullo stato d’animo collettivo alla vigilia del match più importante. L’informarsi su un premio, quel “dateci 300mila euro” che suona quasi come un ultimatum, racconta di una squadra già sconfitta prima di scendere in campo. Nessuno, tra i dirigenti della Figc presenti a Zenica, ha mai confermato l’esistenza di un bonus ufficiale per la qualificazione; eppure il semplice fatto che alcuni giocatori lo abbiano chiesto – e in quel momento – basta a spiegare perché, sul rettangolo verde, si sia vista più paura che gioco. L’inchiesta, sviluppata con la cautela che si riserva ai retroscena di spogliatoio, non cita nomi né fa distinzioni tra calciatori esperti e debuttanti, ma lascia intendere che la frattura fosse trasversale.

Nervosismo e calci di rigore, il conto salato del Bilino Polje

Quel pomeriggio di aprile, sotto un cielo balcanico carico di nuvole, la nazionale italiana non ha perso solo una partita: ha perso la bussola. E se la stampa aveva già parlato di errori tecnici, di rigori sbagliati e di un gioco senza idee, adesso si aggiunge un tassello imbarazzante. La richiesta del premio, arrivata nelle ore precedenti il fischio d’inizio, ha di fatto trasformato la sfida contro la Bosnia in un terreno minato dove l’ansia da prestazione si è mescolata alla delusione per un’occasione mancata (quella di intascare i famosi 300mila euro). Gattuso, dal canto suo, ha provato a tenere la barra dritta, ma il suo “no” secco non è bastato a ricompattare l’ambiente. Resta il fatto, documentato dalla inchiesta, che a Zenica non si respirava affatto l’aria di chi vuole andare al Mondiale a tutti i costi. Si respirava, piuttosto, il tanfo di un gruppo che prima di lottare per un sogno ha voluto mettere sul tavolo il conto.

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