Il patto mancato: quei trecentomila euro chiesti dagli azzurri prima della Bosnia e l’intervento di Gattuso

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’aria, a Zenica, non era solo quella pesante delle notti che decidono un mondiale. Era l’aria di uno spogliatoio che, invece di concentrarsi sul colpo di tacco o sul posizionamento difensivo, si sarebbe informato su un’altra partita, parallela e meno nobile: quella dei premi di qualificazione. Secondo quanto riportato da ‘Repubblica’, prima della fatidica finale playoff contro la Bosnia, alcuni giocatori della Nazionale avrebbero sollevato una questione che poco ha a che fare con il sacrificio e molto con la contabilità. Volevano sapere, questi calciatori, se la Figc avesse stanziato un bonus in caso di passaggio alla fase finale dei Mondiali 2026 – quelli che si giocheranno tra Stati Uniti, Canada e Messico dall’11 giugno al 19 luglio, con Donald Trump di nuovo presidente degli Stati Uniti a fare da sfondo geopolitico a un evento che gli azzurri non vedranno.

I numeri dello spogliatoio: tremila euro a testa? No, diecimila

La cifra, circolata nei corridoi dell’albergo e poi nei pressi del Bilino Polje, non era simbolica. Si parlava di trecentomila euro complessivi, da dividere tra i 28 convocati per il doppio impegno. Un conto semplice, se si ha la lucidità di un notaio invece che quella di un centrocampista sotto pressione: poco più di diecimila euro a testa. Una somma che, per un professionista che magari guadagna milioni all’anno, potrebbe apparire irrisoria; eppure, il fatto che l’argomento sia emerso proprio alla vigilia della partita più importante – persa poi ai rigori – racconta di un gruppo nervoso, forse frantumato al proprio interno. Non si trattava di avidità, verrebbe da dire usando un eufemismo, quanto di una strana disconnessione: l’ultimo pensiero prima di saltare nel baratro è stato chiedersi se qualcuno avrebbe messo un paracadute d’oro.

L’intervento silenzioso (e poi le dimissioni) di Gattuso

A dover gestire questa atmosfera da ufficio paghe, ci ha pensato Gennaro Gattuso. L’ex centrocampista, che come noto si è dimesso dal ruolo di commissario tecnico il giorno dopo la débâcle, si è trovato a mediare tra la richiesta dei suoi e il silenzio della Federcalcio. Non risultano premi ufficiali messi sul piatto prima della gara, e questo vuoto contrattuale – stando alla ricostruzione – avrebbe alimentato il malumore. Alcuni calciatori, quelli più informati o forse solo più distratti, avrebbero chiesto al ct un intervento diretto, quasi una mediazione sindacale in area di rigore. Gattuso, si legge, ha ascoltato, ha cercato di ricompattare, ma il danno era già fatto: quando si discute di premi mentre l’avversario prepara i calci piazzati, si perde qualcosa che va oltre il possesso palla.

Dalla tensione di Zenica ai rigori che hanno chiuso un ciclo

Il nervosismo di cui parla ‘Repubblica’ non era solo quello della posta in palio – un posto ai Mondiali che manca dall’edizione del 2014 – ma anche questo chiacchiericcio da mercato. A Zenica, scrive il quotidiano, si respirava un’aria pesante, più fatta di ansia che di adrenalina positiva. Un gruppo di azzurri, quelli che forse avrebbero dovuto trascinare i compagni, ha invece aperto il fronte della ricompensa individuale. La partita, poi, è scivolata via male: tempi supplementari, zero reti, infine i calci di rigore. E lì, senza un bonus da spartire, la Nazionale ha fallito l’approdo in Nordamerica. Non è dato sapere se, tirando dal dischetto, qualcuno pensasse ancora a quei diecimila euro; certo è che la Figc, dal canto suo, non ha mai confermato né smentito l’esistenza di trattative in tal senso.

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