L’imam di Modena: «Togliere la cittadinanza a chi delinque? Abbiamo già le leggi»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
«Per chi delinque c’è la legge, e poi noi italiani abbiamo una storia passata legata sia al terrorismo nero che a quello rosso – senza che per questo si sia mai modificato l’ordinamento in materia di cittadinanza». A parlare, a margine di un’iniziativa pubblica a Modena, è Izzeddin Elzir, imam di Firenze e figura da tempo vicina ad Hannoun, il noto mediatore culturale. Le sue parole arrivano a pochi giorni dalla carambola omicida di via Emilia, quando un trentunenne marocchino, Salim El Koudri, alla guida della sua Citroen C3, si è scagliato contro i passanti – travolgendo e ferendo otto persone – e sollevano un tema scottante: la richiesta, avanzata da più parti, di revocare la cittadinanza a chi commette reati gravi. L’imam, con un ragionamento che attinge direttamente alla memoria collettiva del Paese, ha voluto ribadire che la tentazione di usare «le tragedie delle persone per avere qualche voto in più» sarebbe politicamente miope, oltre che giuridicamente improduttiva.
L’ombra lunga del passato e la “normalità” dell’eroe egiziano
Diverso, e per certi versi opposto, è lo scenario che si è aperto attorno alla figura di Osama Shaby, l’egiziano cinquantaseienne che – insieme al figlio Mohammed e ad altri cittadini – è intervenuto per bloccare El Koudri mentre tentava di proseguire la sua folle corsa. L’uomo, muratore a Modena, fatica a prendere sonno; eppure, interpellato da Avvenire in via Farini, rifiuta con decisione la definizione di «eroe». «Quella che ho fatto è una cosa normale. Non si può restare indifferenti quando si scatena un’aggressione e qualcuno viene messo in pericolo», ha spiegato. Una scelta, la sua, che ha riacceso il dibattito sul riconoscimento della cittadinanza per gli stranieri residenti: «Cosa vorrei? La cittadinanza», ha ammesso senza enfasi, quasi a ricordare che l’integrazione passa anche da questi gesti quotidiani, mai abbastanza celebrati.
Il rifiuto del carcere e la domanda sullo stato giuridico
Salim El Koudri, intanto, resta rinchiuso nel carcere di Bologna. I familiari – i genitori e la sorella – avevano chiesto di poterlo visitare, ma lui ha risposto picche. «Non sono pulito» ha confessato al suo avvocato, Fausto Gianelli, aggiungendo una frase che il legale ha interpretato come il segno di un profondo senso di vergogna, soprattutto verso la madre. A una settimana dalla strage, il trentunenne ha comunque iniziato una terapia a base di ansiolitici e sedativi, seguita da un medico penitenziario; parla più volentieri rispetto ai giorni immediatamente successivi alla tragedia, arrivando persino a chiedere delle condizioni dei feriti. «Mi ha chiesto della turista tedesca che ha perso le gambe – ha riferito Gianelli – e vuole sapere come stanno gli altri sette investiti». Ma c’è un’altra dichiarazione, forse ancor più rivelatrice, che il detenuto ha affidato al suo difensore: «Io sono nato qui, sono italiano». Una rivendicazione di appartenenza, quest’ultima, che stride con la furia omicida mostrata quel pomeriggio di maggio, ma che getta una luce diversa – più ambigua e umana – sul profilo dell’indagato.
La vergogna come muro e il lavoro silenzioso della giustizia
Il legale non ha fornito ulteriori dettagli sullo stato emotivo del suo assistito, limitandosi a confermare che El Koudri «non è pronto a rivedere i familiari». La frase «mi vergogno a guardare mia madre», riportata in forma indiretta, fa pensare a un cortocircuito psicologico non ancora esplorato dalla perizia in corso. Nessuna ipotesi di difesa è stata al momento formalizzata, né sono trapelati elementi sulla eventuale imputabilità. Il fascicolo, ancora a carico della procura di Modena, procede senza particolari accelerazioni: gli accertamenti sulla dinamica – la C3 lanciata a cento all’ora sui marciapiedi di via Emilia – sono stati già depositati, mentre restano da sentire i testimoni che hanno partecipato al blitz finale, tra cui lo stesso Osama Shaby. Intanto il dibattito pubblico, alimentato dalle parole dell’imam Elzir, continua a dividersi tra chi invoca un giro di vite normativo e chi, come lui, ricorda che «per chi delinque la legge c’è già»; e che toglierla a un nato in Italia – anche dopo un gesto tanto atroce – non rientra, almeno per ora, nei poteri riconosciuti al giudice penale.




