La fuga dal Texas e la richiesta d’asilo, Gilley dal Cpr di Torino al carcere in attesa dell’estradizione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Torino si ritrova, suo malgrado, al centro di un intrico giudiziario e diplomatico che coinvolge due continenti, e il protagonista – un ingegnere informatico texano di 39 anni, Lee Mongerson Gilley – è ora rinchiuso nel carcere piemontese del Lorusso e Cutugno dopo un viaggio della speranza costellato da identità false e un braccialetto elettronico tagliato. L’uomo, accusato dalle autorità statunitensi dell’omicidio della moglie incinta Christa Bauer nell’ottobre del 2024 – un delitto che in Texas, va ricordato, si configura come duplice omicidio vista la condizione della vittima – ha alla fine chiesto la protezione internazionale all’Italia, una mossa che gela di fatto la procedura ordinaria di estradizione e che getta un’ombra lunga sui rapporti bilaterali. La sua posizione è paradossale: è un ricercato per un crimine efferato, ma nelle aule di giustizia italiane si presenta con il volto di chi teme per la propria pelle, invocando il rifiuto della pena capitale sancito dalla nostra Costituzione.

La lunga fuga dallo Stato della stella solitaria

Non è stato un colpo di testa impulsivo, quello che ha portato Gilley a varcare l’oceano: la procura ha ricostruito una fuga studiata nei minimi particolari per oltre un anno, mentre la giustizia texana – che lo aveva lasciato in libertà su cauzione con un braccialetto elettronico – credeva di tenerlo sotto controllo. Lui, invece, ha aspettato il momento giusto. Un mese prima dell’udienza preliminare fissata per il 5 giugno, l’uomo si è liberato del dispositivo di sorveglianza e ha preso una serie di voli che lo hanno condotto a Milano Malpensa, passando probabilmente per il Canada. All’arrivo nello scalo lombardo, però, il suo piano ha mostrato la prima crepa: gli agenti della Polaria hanno riconosciuto la falsità dei documenti che esibiva, prima un passaporto belga intestato a un certo Oliver Lejeune e poi uno statunitense a nome Jan Malet, scoprendo così la vera identità del passeggero. Inizialmente trattenuto per il reato di falsificazione, Gilley ha subito cambiato strategia, firmando la richiesta di protezione, il che ha trasformato la sua detenzione amministrativa in una questione prettamente politica.

La linea americana e l’incostituzionalità della condanna capitale

Prima ancora che la formalità della domanda di estradizione venga ufficialmente trasmessa al ministro della Giustizia italiano, l’ambasciata americana a Roma – ben consapevole dell’intricato precedente giuridico che si sta profilando – ha già preso posizione, dichiarando attraverso i propri canali diplomatici che “la pena di morte non è in discussione” per l’imputato. Una precisazione che non è affatto casuale. La Corte costituzionale italiana, con una sentenza del 1996 che fece epoca rispondendo a un caso simile (quello di un cittadino accusato in Florida), ha stabilito l’incostituzionalità dell’estradizione verso Paesi dove vige la condanna capitale, a meno che non vi siano garanzie “di fatto” che quella pena non verrà eseguita o irrogata. E qui sta il nodo: il Texas è lo Stato americano che più spesso ricorre all’esecuzione capitale; per quanto l’ambasciata possa rassicurare sulla non applicabilità della pena in questo specifico frangente, la prassi internazionale vuole che l’Italia pretenda rassicurazioni formali e vincolanti, senza le quali l’estradizione sarebbe un atto dovuto ma impossibile da concretizzare.

L’udienza imminente e l’isolamento in cella

Nelle prossime ore, l’attenzione si sposta sulle aule della Corte d’Appello di Torino: qui, lunedì mattina, i giudici saranno chiamati a pronunciarsi sulla convalida del fermo preventivo dell’ingegnere, verificando la sussistenza dei presupposti per il mantenimento in carcere in attesa dell’estradizione. Nel frattempo, Gilley – che ha dichiarato ai suoi difensori di non conoscere nessuno in Italia e di essere terrorizzato dal “linciaggio mediatico” subito negli States – si trova rinchiuso in isolamento, provato psicologicamente dopo il trasferimento forzato dal Centro di Permanenza per i Rimpatri (dove era finito inizialmente) al padiglione penale. I suoi legali, che fanno leva sull’impossibilità di un “processo equo” a Houston a causa della pressione dell’opinione pubblica, hanno già attivato l’iter per la protezione; un iter che potrebbe durare mesi e che, nel caso in cui la commissione territoriale gli riconoscesse lo status di rifugiato, spazzerebbe via ogni possibilità di consegna agli Stati Uniti, trasformando Torino – almeno sulla carta – nella nuova residenza di un presunto assassino.

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