Netanyahu sapeva del 7 ottobre? Gli allarmi prima dell’attacco
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Redazione Esteri
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Benjamin Netanyahu fu avvertito del rischio rappresentato da Hamas prima dell’attacco del 7 ottobre 2023? A tre anni dal massacro che travolse il sud di Israele, la domanda è tornata al centro del dibattito israeliano dopo nuove inchieste giornalistiche e le accuse rilanciate dai familiari delle vittime. Le ricostruzioni emerse finora documentano una serie di segnali e avvertimenti arrivati nei mesi e nei giorni precedenti, ma non dimostrano che il premier conoscesse in anticipo il piano operativo, la data e le modalità dell’assalto. Su un punto esiste invece un duro scontro: diverse ricostruzioni sostengono che al vertice politico fossero giunti allarmi sulla crescente minaccia da Gaza, mentre l’ufficio del primo ministro nega che Netanyahu abbia ricevuto un avvertimento specifico sull’attacco imminente.
Gli avvertimenti dall’Egitto e i segnali arrivati all’intelligence
Una delle ricostruzioni più recenti riguarda l’Egitto. Un’inchiesta pubblicata da The Atlantic nel settembre 2026 ha riferito che l’allora capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel si recò in Israele alla fine di settembre 2023 per segnalare una situazione sempre più pericolosa nella Striscia di Gaza. L’avvertimento, secondo la ricostruzione, non conteneva una data precisa né il piano dell’operazione che Hamas avrebbe poi lanciato. Il Wall Street Journal ha successivamente riferito di almeno tre segnalazioni egiziane, compresa una telefonata al premier nei giorni immediatamente precedenti l’assalto, citando funzionari di un governo arabo. La presidenza del Consiglio israeliana ha respinto queste accuse, sostenendo che Netanyahu non incontrò né parlò con Kamel nel periodo indicato e ricordando che il Cairo, pochi giorni dopo il massacro, aveva negato di avere fornito un preavviso specifico.
Esiste anche una diversa serie di documenti, proveniente dall’apparato militare israeliano. Nel 2024 le Forze di difesa israeliane hanno confermato che tra marzo e luglio dell’anno precedente erano state inviate al primo ministro quattro lettere di avvertimento dell’intelligence. Quei documenti riguardavano soprattutto il modo in cui i nemici di Israele interpretavano le profonde divisioni interne del Paese e il loro possibile impatto sulla capacità di deterrenza. Non erano quindi un preavviso dell’incursione che sarebbe iniziata all’alba del sabato, ma mostrano che il vertice politico era stato informato di un deterioramento del quadro strategico. Nel marzo 2025 l’ufficio del premier ha inoltre ammesso che un funzionario dell’intelligence dello staff aveva ricevuto, circa tre ore prima dell’attacco, un documento militare relativo ad attività anomale di Hamas; secondo la stessa versione governativa, l’informazione non venne trasmessa al capo del governo perché non era stata classificata come urgente.
Le famiglie delle vittime accusano il governo
Il tema delle responsabilità politiche ha assunto un peso ancora maggiore nel 2026. A settembre un gruppo di sopravvissuti e familiari di persone uccise o rapite ha presentato a Tel Aviv un dossier di dodici pagine nel quale accusa le autorità di avere seguito per anni politiche che avrebbero consentito ad Hamas di rafforzarsi. Il documento non riguarda soltanto le ore precedenti al massacro, ma le scelte compiute lungo un periodo molto più ampio e chiede che venga accertata la responsabilità della leadership politica. La questione è diventata anche elettorale: almeno nove persone direttamente colpite dagli eventi, tra parenti delle vittime, ex ostaggi e figure legate alle operazioni di soccorso, si sono candidate alle elezioni israeliane del 27 ottobre 2026. Alcune sostengono Netanyahu, mentre altre attribuiscono al suo governo una parte decisiva delle responsabilità per le falle che precedettero l’attacco.
Il controllo istituzionale ha già prodotto contestazioni indipendenti rispetto alle inchieste giornalistiche. Nel novembre 2025 il controllore dello Stato Matanyahu Englman ha accusato il primo ministro di non avere adempiuto alle proprie responsabilità nella definizione di una strategia nazionale di sicurezza, descrivendo l’assenza di una concezione formale come un fallimento protratto nel tempo. Gli accertamenti sulle cause centrali del disastro hanno però incontrato ostacoli giudiziari e discussioni sulla competenza dello stesso controllore rispetto a una commissione statale d’inchiesta. Nel febbraio 2026 Netanyahu è comparso davanti alla commissione Esteri e Difesa della Knesset per una seduta classificata durata circa cinque ore, presentando verbali di governo, discussioni sulla sicurezza e rapporti d’intelligence relativi agli anni precedenti.
Tre anni dopo Israele torna in massima allerta
Il terzo anniversario arriva con Israele nuovamente sottoposto a misure di sicurezza rafforzate. Il Consiglio per la sicurezza nazionale ha segnalato un aumento del rischio di attentati contro israeliani ed ebrei all’estero e ha invitato a evitare destinazioni sottoposte al livello massimo di allerta, grandi manifestazioni e la pubblicazione anticipata sui social di informazioni relative agli spostamenti. Ai cittadini è stato anche raccomandato di non diffondere contenuti che possano rivelare il servizio prestato nelle forze armate o nella polizia. Alla vigilia del 7 ottobre, i vertici di esercito, Shin Bet e polizia hanno tenuto una valutazione congiunta della situazione, esaminando il quadro d’intelligence alle frontiere e sul territorio nazionale e predisponendo misure di sicurezza anche in vista delle elezioni.
Il trauma continua intanto a entrare direttamente nella politica e nella vita pubblica israeliana. Lo scrittore Etgar Keret ha descritto il Paese come immerso, da quel giorno, in una condizione di guerra permanente e ha indicato nella ricorrenza un momento in cui Israele deve confrontarsi con se stesso. Gil Shohat, esperto di Asia occidentale della Fondazione Rosa Luxemburg di Berlino, ha invece collegato l’attacco all’accelerazione di processi già presenti nella società israeliana, citando militarizzazione e disumanizzazione. Nel frattempo i volti degli ostaggi liberati e dei familiari di chi non è tornato da Gaza sono entrati anche nella campagna elettorale, insieme a ex generali e riservisti chiamati direttamente dalla tragedia alla competizione politica.
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