Netanyahu svela il piano per Gaza: resa di Hamas e deportazioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Benjamin Netanyahu, primo ministro israeliano sotto indagine della Corte penale internazionale, ha delineato senza ambiguità le condizioni per porre fine al conflitto a Gaza, rivelando un disegno che va oltre la semplice neutralizzazione di Hamas. Durante la riunione dell’esecutivo israeliano dello scorso 30 marzo, ha accusato i media di diffondere «menzogne» sui rapporti tra Israele e il gruppo palestinese, ribadendo che l’obiettivo non è solo smantellare la resistenza armata, ma anche svuotare la Striscia dalla sua popolazione.

«Siamo pronti a discutere la fase finale della guerra», ha dichiarato Netanyahu, precisando che Hamas dovrà arrendersi incondizionatamente, mentre ai suoi leader sarà concesso di abbandonare il territorio. Una proposta che, se accettata, aprirebbe la strada all’attuazione del controverso piano di deportazione elaborato durante l’amministrazione Trump, già al centro di polemiche internazionali per le sue implicazioni etiche e giuridiche.

Intanto, tra le vittime del conflitto, emerge la testimonianza di Yarden Bibas, marito di Shiri e padre dei piccoli Ariel e Kfir, uccisi nei bombardamenti. In un’intervista al programma americano 60 Minutes, Bibas ha mostrato una maglietta con i volti di Ariel e David Cunio, due ostaggi ancora detenuti a Gaza, sottolineando la sfiducia degli ex prigionieri verso Netanyahu. Un gesto simbolico che accende i riflettori sulle condizioni disumane sopportate da chi è rimasto in cattività per oltre 540 giorni.

Sul fronte militare, le operazioni israeliane non si limitano a Gaza. Un raid a Beirut ha eliminato un alto esponente di Hezbollah, mentre il governo annulla improvvisamente la nomina del nuovo capo dello Shin Bet, Eli Sharvit, già designato per sostituire Ronen Bar. La retromarcia, giustificata con la necessità di «valutare altri candidati», solleva interrogativi sulle divisioni interne alla sicurezza israeliana.

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