Hormuz di nuovo bloccato, l’Europa si spacca sugli eurobond: la resilienza messa alla prova
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Redazione Esteri
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L’economia europea si sta dimostrando resiliente di fronte a questo shock dell’offerta di petrolio e gas. La frase, pronunciata a denti stretti durante l’ultima riunione dell’Eurogruppo, riassume lo stato d’animo dei ministri finanziari dell’area euro mentre il nuovo blocco dello Stretto di Hormuz e i raid americani in Iran gettano nuovamente ombre sui mercati energetici.
La volatilità, che aveva mostrato timidi segnali di assestamento, è tornata a impennarsi e la Banca centrale europea, da Francoforte, non può fare a meno di monitorare con attenzione il rischio che questa nuova ondata di incertezza si trasformi in un rialzo dell’inflazione, proprio nel momento in cui l’economia del Vecchio Continente cercava di riprendere fiato.
La ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, con i raid che hanno colpito obiettivi strategici della Repubblica Islamica, ha di fatto paralizzato il traffico navale in una delle vie d’acqua più cruciali per il commercio mondiale. Mentre il transito è ora in gran parte limitato a una rotta settentrionale approvata direttamente da Teheran, il corridoio più a sud, tradizionalmente protetto da Oman e Stati Uniti, ha registrato una scarsità di attività che gli analisti definiscono preoccupante.
La tensione si riflette immediatamente sulle borse europee, con gli indici azionari che oscillano in balia di ogni aggiornamento, e sul prezzo del greggio, la cui impennata rischia di vanificare gli sforzi della Bce per contenere i prezzi al consumo.
L’errore strategico e il dopo-Khamenei
Sullo sfondo di questa crisi, che sembra non avere fine, si consuma un cambio di paradigma nella politica interna iraniana. L’errore strategico di aver ucciso l’Ayatollah ha prodotto l’effetto esattamente opposto a quello sperato: il regime, ora più che mai, si presenta agguerrito e coeso.
Siamo ormai nel pieno del dopo-Khamenei, e l’approccio di Teheran alle trattative internazionali appare radicalmente diverso rispetto al passato, segnato da un’audacia inedita che si manifesta nell’espansione degli obiettivi strategici e nella durezza con cui i nuovi leader conducono i negoziati con gli Stati Uniti. Laddove Donald Trump, forte della rielezione ormai consolidata da più di un anno, pensava di poter utilizzare il Memorandum firmato a metà giugno come strumento per fermare il programma missilistico e recuperare terreno diplomatico, si scontra ora con una realtà ben diversa.
I nuovi vertici iraniani, infatti, non intendono cedere su quelli che considerano i punti centrali della loro sicurezza nazionale. Il controllo sullo Stretto di Hormuz rimane una linea rossa, così come la difesa del Libano e, di conseguenza, di Hezbollah, considerati parte integrante di qualsiasi accordo regionale. Questa posizione, che lascia poco spazio a mediazioni, sta contribuendo a spaccare l’Europa sul fronte della risposta economica.
Da un lato, i Paesi del nord, tradizionalmente rigoristi, insistono sulla necessità di evitare nuovi debiti comuni per fronteggiare l’emergenza; dall’altro, le nazioni del Mediterraneo e quelle più esposte alle oscillazioni del gas, spingono per un rilancio degli strumenti di solidarietà, come gli eurobond, per sostenere le imprese e le famiglie colpite dal caro-energia.
La spaccatura sull’Eurogruppo
La riunione dell’Eurogruppo, che si è tenuta in un clima di evidente tensione, ha messo in luce tutte le contraddizioni di un’Unione che fatica a trovare una linea comune. Le dichiarazioni sulla resilienza, per quanto rassicuranti, non bastano a nascondere il fatto che gli strumenti a disposizione per fronteggiare un blocco prolungato di Hormuz sono limitati e divisivi. Mentre i ministri discutevano delle possibili misure, gli operatori di mercato guardavano altrove, concentrati sui dati in arrivo dalle piattaforme petrolifere e sulla corsa alle riserve strategiche.
La posta in gioco è alta: una nuova escalation potrebbe non solo compromettere la ripresa, ma anche alimentare quelle spinte inflazionistiche che la Bce ha cercato faticosamente di domare negli ultimi mesi, con un impatto diretto sul costo della vita e sulla competitività delle imprese europee.
In questo contesto, la gestione della crisi da parte degli Stati Uniti appare sempre più come un fattore di rischio sistemico. L’approccio muscolare di Trump, che continua a considerare la pressione militare come leva negoziale principale, rischia di innescare una reazione a catena difficile da controllare. La scelta di colpire l’Iran per ridurne la capacità di minacciare la libertà di navigazione, se da un lato risponde a una logica di deterrenza, dall’altro ha di fatto ottenuto l’effetto di irrigidire ulteriormente la posizione di Teheran, rendendo ogni trattativa futura più complessa.
L’Europa, che in questo scenario gioca un ruolo marginale ma subisce le conseguenze più pesanti sul piano economico, si ritrova così a dover gestire una frattura interna che rischia di paralizzare qualsiasi iniziativa comune, in un momento in cui la coesione sarebbe invece più necessaria che mai.




