Gli eurobond tornano a dividere l’Europa nel summit di Alden Biesen
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Redazione Esteri
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Correva l’anno 2012 quando, nel pieno della crisi del debito sovrano, si cominciò a teorizzare l’idea di un’obbligazione garantita in solido da tutti gli stati dell’Unione europea, uno strumento, quello degli eurobond, che avrebbe dovuto funzionare da scudo contro la speculazione e che invece si infranse contro il muro del nein tedesco -1. Oggi, a quindici anni di distanza da quelle prime ipotesi, il dibattito torna d’attualità, e lo fa tra le nebbie del castello seicentesco di Alden Biesen, in Belgio, dove i capi di Stato e di governo dell’Ue si sono riuniti per un vertice informale che avrebbe dovuto avere al centro la competitività del continente e che invece rischia di trasformarsi nell’ennesimo confronto sulla mutualizzazione del debito. Emmanuel Macron, che da tempo preme per un’Europa capace di parlare una lingua unica anche in materia finanziaria, è arrivato al consesso forte di un’intervista rilasciata a sette quotidiani europei, in cui ha definito l’emissione di nuova debt capacity comune come una necessità non più rinviabile, un modo per finanziare la transizione ecologica, l’intelligenza artificiale e le tecnologie quantistiche, ma anche, e forse soprattutto, per sfidare l’egemonia del dollaro in un momento in cui il mercato globale, spaventato dalle intemperanze della nuova amministrazione Trump, cerca alternative al biglietto verde -4-9.
La posizione del presidente francese, che ha parlato espressamente di “eurobond orientati al futuro” senza considerare questo strumento come un tabù, ha trovato una sponda inaspettata nella presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, la quale si è detta personalmente favorevole all’idea, ricordando peraltro come si tratti di una vecchia battaglia della destra italiana fin dai tempi di Berlusconi -5. Ma se l’asse Roma-Parigi potrebbe apparire inedito su questo specifico terreno, va detto che la premier italiana sta costruendo con molta più cura un’intesa con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, un rapporto che alcuni osservatori definiscono come un possibile motore per il rilancio dell’Unione e che ha portato alla convocazione di un pre-vertice ristretto a diciannove paesi, fatto che ha scatenato le proteste diplomatiche della Spagna di Pedro Sanchez, il quale ha fatto sapere tramite le sue fonti di considerare gli eurobond “uno strumento chiave nei settori strategici” ma di non gradire iniziative che partano da Roma e Berlino senza il suo coinvolgimento -5-8.
È proprio Merz, però, ad aver gettato acqua sul fuoco delle aspettative, rimarcando al termine della prima giornata di lavori che sulla questione del finanziamento comune la sua posizione è molto chiara: non solo non vuole gli eurobond, ma anche se li volesse non potrebbe accettarli, perché la Corte costituzionale federale tedesca ha posto limiti molto precisi al governo in questo ambito -2. Il cancelliere ha voluto distinguere tra quanto fatto in passato – i prestiti per il programma Sure contro la disoccupazione durante la pandemia, il Recovery Fund, il sostegno all’Ucraina – che erano misure straordinarie consentite dai trattati in circostanze eccezionali, e la possibilità di rendere strutturale il ricorso al debito comune, ipotesi che la Germania continua a respingere con decisione, forte anche di un’interpretazione restrittiva dei propri obblighi costituzionali -2-6. A far da sponda al cancelliere tedesco ci ha pensato il premier olandese Dick Schoof, il quale ha definito il debito comune come un fardello da lasciare in eredità alle prossime generazioni, mentre da parte tedesca si continua a sostenere che le risorse per gli investimenti vadano trovate all’interno del quadro finanziario pluriennale, magari rivedendo le voci di spesa consumistica come l’agricoltura e i fondi di coesione, piuttosto che lanciarsi in nuove emissioni di debito condiviso -2-10.




