Hormuz di nuovo bloccato, l’Eurogruppo si spacca sugli eurobond. Il monito di Orsini: "Rischio recessione molto alto"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La nuova chiusura dello Stretto di Hormuz, conseguente agli ultimi attacchi americani in Iran, ha riaperto le ferite di un conflitto che l’Europa sperava di poter gestire con maggiore distacco. Eppure, mentre le navi cisterna rallentano la loro rotta e i mercati finanziari registrano scossoni improvvisi, l'Unione Europea si trova a fare i conti con una realtà economica che appare sempre più fragile.

La riunione dell'Eurogruppo, convocata d'urgenza a Bruxelles, ha messo in luce le profonde divisioni tra i Paesi membri, con i ministri finanziari dell'eurozona divisi sulla necessità di ricorrere a nuovi strumenti comuni per fronteggiare quella che molti definiscono già una crisi energetica strutturale.

Da una parte, i falchi del nord, guidati dalla Germania, restii a condividere il debito e a emettere nuovi eurobond per finanziare scudi anti-crisi; dall'altra, i Paesi del Mediterraneo che premono per un intervento deciso e congiunto, consapevoli che l'impennata dei prezzi delle materie prime rischia di strozzare le loro già deboli economie.

L'ottimismo di facciata, con cui Bruxelles cerca di ridimensionare le difficoltà, si scontra con i numeri e con il sentiment che serpeggia tra gli industriali.

Dopo l'annuncio del nuovo blocco dello Stretto di Hormuz, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha lanciato un avvertimento che suona come un campanello d'allarme per l'intero sistema produttivo nazionale. "Noi la previsione l'abbiamo fatta ai primi di marzo", ha dichiarato Orsini al termine dell'assemblea generale di Confindustria Reggio Emilia, ricordando i tre scenari elaborati all'inizio dell'anno. Il primo, quello più ottimistico, prevedeva una crescita zero se la guerra nel Golfo fosse cessata prima dell'estate.

"Il rischio è che se continuiamo così, se continua la guerra del Golfo, il rischio che si possa arrivare a una recessione è molto alto", ha sottolineato, mettendo in guardia il governo e le istituzioni europee da un pericolo che appare ormai concreto e imminente.

Borse e petrolio, la volatilità diventa la nuova normalità

La ripresa delle ostilità tra Stati Uniti e Iran, con i raid mirati che hanno colpito obiettivi sensibili nella regione, ha riportato l'incertezza al centro dei mercati finanziari, cancellando di fatto le flebili speranze di una tregua duratura. Le quotazioni del petrolio e del gas hanno subito impennate improvvise, alimentate dal nuovo rallentamento dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz, un vero e proprio collo di bottiglia per le forniture energetiche globali.

A Francoforte, la Banca centrale europea segue con attenzione l'evoluzione della situazione, consapevole del fatto che lo shock energetico in atto rischia di tradursi nuovamente in un pericoloso rialzo dell'inflazione. La resilienza mostrata finora dall'economia europea, spesso evocata dai funzionari comunitari, viene messa duramente alla prova da questa escalation che minaccia di vanificare gli sforzi compiuti negli ultimi mesi per stabilizzare i prezzi e sostenere la crescita.

L'incognita del dopo-Khamenei e la strategia di Teheran

Sullo sfondo della crisi attuale, la situazione politica in Iran presenta contorni che gli analisti definiscono sempre più complessi. Siamo ormai nel dopo-Khamenei, e l'approccio del regime iraniano mostra una determinazione che i diplomatici occidentali faticano a decifrare. Lo si vede nell'espansione degli obiettivi strategici, con Teheran che conduce i negoziati con gli Stati Uniti con un'audacia maggiore rispetto al passato.

L'errore strategico di alcuni osservatori occidentali, che avevano scommesso su una possibile svolta moderata, è ormai evidente: il nuovo assetto di potere interno ha reso il regime più agguerrito e meno incline al compromesso. La difesa del controllo sullo Stretto di Hormuz e la volontà di preservare l'influenza in Libano, attraverso il sostegno a Hezbollah, vengono considerati elementi irrinunciabili all'interno di qualsiasi intesa.

Se Donald Trump sperava di utilizzare il Memorandum firmato a metà giugno come una leva per fermare il programma missilistico e guadagnare tempo prezioso in vista delle trattative, ora la Casa Bianca sta facendo i conti con una realtà diversa, fatta di interlocutori che non intendono cedere nemmeno un centimetro su quelli che ritengono i punti centrali della loro sicurezza nazionale.

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