Eurobond, la posizione della Bundesbank si rivela meno compatta di quanto sembrasse e il fronte tedesco si spacca
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Redazione Esteri
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La vigilia del vertice informale di Alden Biesen, che si è tenuto nel castello belga per discutere il futuro della competitività europea, era stata caratterizzata da un apparente scossone: Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, tradizionalmente baluardo della rigore finanziario, si era detto favorevole all'emissione di eurobond, sebbene a condizioni ben precise, per creare un mercato più liquido degli asset sicuri europei e attrarre investitori globali -1. Una presa di posizione che sembrava discostarsi dalla linea del cancelliere Friedrich Merz, da sempre contrario alla mutualizzazione del debito. Eppure, nelle stesse ore in cui Nagel rilasciava interviste a testate come Politico, dal governo tedesco filtrava una netta chiusura verso le analoghe proposte del presidente francese Emmanuel Macron, giudicate una “distrazione” dal vero nodo della produttività -2. Ma il quadro si è fatto ancora più intricato quando, all'indomani delle dichiarazioni del numero uno della banca centrale tedesca, sono emerse profonde spaccature all'interno dello stesso istituto: secondo quanto appreso dall'agenzia Dpa, il suo endorsement non sarebbe stato condiviso con il resto del direttivo e, anzi, sarebbe stato accolto da “irritazioni” e da una netta contrarietà da parte degli altri membri del board, che lo hanno bollato come una mera “opinione personale” -8.
L'asse franco-tedesco in frantumi e il pressing di Macron
Emmanuel Macron era arrivato all'appuntamento belga con l'intenzione di rilanciare con forza la sua “dottrina economica europea”, incentrata sulla necessità di un “risveglio europeo” di fronte alla concorrenza di Cina e Stati Uniti. Il presidente francese, in un'intervista corale a sette quotidiani europei, aveva messo nero su bianco la necessità di creare una capacità comune di indebitamento per finanziare la difesa, l'intelligenza artificiale e il green deal, parlando di un'“opportunità senza precedenti” per sfidare il predominio del dollaro, un'idea, quest'ultima, che aveva trovato sponda proprio in Nagel quando questi aveva sottolineato come un mercato unico di titoli di Stato europei renderebbe il vecchio continente più attrattivo per i capitali esteri -1-2. Tuttavia, l'Eliseo si è dovuta scontrare con il muro alzato da Berlino. Friedrich Merz, forte anche del precedente giurisprudenziale della Corte costituzionale di Karlsruhe che pone limiti rigorosi a qualsiasi forma di debito comune, ha ribadito un concetto semplice: non solo non vuole gli eurobond, ma anche se li volesse, non potrebbe accettarli per via dei vincoli posti dalla massima autorità giudiziaria tedesca in materia di bilancio -5-7.
La posizione del governo tedesco e il nodo della produttività
L'impasse, però, non si ferma al confronto tra Parigi e Berlino. All'interno della stessa Germania, la questione sta creando crepe evidenti tra le varie anime del potere. Se Nagel, con la sua apertura condizionata, sembra aver voluto lanciare un segnale per un'integrazione graduale, il suo stesso entourage lo ha di fatto smentito, riportando l'asticella del dibattito su posizioni più tradizionalmente rigoriste. Dal canto suo, Merz non ha fatto sconti a nessuno, nemmeno all'ex presidente della Bce Mario Draghi, presente al vertice con i suoi report sulla competitività, ribadendo che l'Unione deve imparare a cavarsela con le risorse già disponibili e che la priorità rimane la riforma strutturale del bilancio pluriennale, non la creazione di nuovi strumenti di debito -7-10. Una linea, quella del cancelliere, che sembra avvicinarlo più alle posizioni liberiste di altri Paesi del Nord Europa che non a quelle interventiste della Francia, con il rischio concreto di isolare ulteriormente Berlino o, al contrario, di creare un nuovo asse con chi, come l'Italia, guarda con favore alla deregolamentazione e agli accordi commerciali, ma che sugli eurobond ha mostrato un'apertura maggiore -3.
I progetti sul tavolo e il futuro dell'integrazione
Il vertice di Alden Biesen, al netto delle dichiarazioni formali, ha quindi messo in luce le difficoltà con cui i Ventisette maneggiano dossier complessi come quello degli eurobond o dell'euro digitale. Da un lato, la Spagna di Pedro Sanchez si è schierata apertamente con la Francia, definendo il debito comune una “chiave” per i settori strategici; dall'altro, la Commissione europea con Ursula von der Leyen cerca di mediare spingendo sulla semplificazione normativa e sulla cooperazione rafforzata, pur senza ottenere risultati concreti -6-9. Ma la frattura più profonda resta quella tra una visione che vorrebbe l'Europa come potenza federale capace di emettere titoli propri per finanziare la crescita, e una, ancora maggioritaria in Germania, che vede in questo meccanismo il primo passo verso una transfer union che costringerebbe i contribuenti tedeschi a farsi carico dei debiti altrui. E mentre Macron parla di un'Europa che rischia di essere “spazzata via” se non agirà in fretta, Merz replica con i cavilli giuridici e la difesa a oltranza della stabilità dei prezzi, lasciando il cantiere europeo in una fase di stallo che sa più di difensiva che di rilancio.




