Il fantasma degli eurobond torna ad aleggiare sul vertice di Alden Biesen

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   C'è un filo rosso che lega la crisi dei debiti sovrani del 2011, quando Giulio Tremonti li definì la "strada maestra", e il vertice informale che si è aperto oggi nel castello di Alden Biesen, in Belgio: quel filo si chiama eurobond, ovvero l'emissione di titoli di debito pubblico garantiti in solido da tutti gli Stati membri dell'Unione europea, e torna a essere oggetto di un confronto serrato, se non di uno scontro aperto, tra i leader continentali -6. La cornice, però, è profondamente mutata rispetto a quindici anni fa. Allora si trattava di tamponare l'emergenza spread che metteva a repentaglio la sopravvivenza stessa della moneta unica, con i cosiddetti paesi virtuosi del Nord che guardavano con sospetto e raccapriccio alle presunte "malefatte" dei colleghi mediterranei, etichettati con l'infamante acronimo di Pigs -6. Oggi, invece, il dibattito si inserisce in una riflessione più ampia e forse anche più matura su come finanziare la competitività, l'innovazione e la difesa comune in un contesto globale che vede il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca e una Cina sempre più aggressiva sui mercati.

Il fronte franco-tedesco e la variabile del debito

Emmanuel Macron è arrivato alle Fiandre con un'idea precisa, ripetuta più volte al termine dei lavori: l'Europa ha un bisogno fisiologico di più finanziamenti pubblici per sostenere l'innovazione, e questi devono poter arrivare sia dal bilancio comune sia da strumenti innovativi di raccolta sul mercato -6. Per il presidente francese non ci devono essere tabù, e anzi ha ricordato come precedenti forme di indebitamento comune, come il prestito per l'Ucraina o il programma Safe, altro non siano che eurobond di fatto -3. Dall'altra parte del tavolo, però, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha spento sul nascere qualsiasi entusiasmo, con una precisazione che ha il sapore di una doccia fredda non solo per Parigi ma anche per tutti quei paesi, inclusa l'Italia con Giorgia Meloni, che avevano aperto a questa ipotesi -2-3. Merz è stato lapidario: non solo non vuole gli eurobond, ma ha sottolineato come, anche volendo, non potrebbe, a causa dei limiti molto chiari posti dalla Corte costituzionale federale tedesca al governo in materia di mutualizzazione del debito -3. La posizione di Berlino, sostenuta dal fronte dei cosiddetti frugali, è che le risorse per gli investimenti vadano trovate all'interno del quadro finanziario pluriennale, e che il ricorso al debito comune debba rimanere un'eccezione per circostanze straordinarie, come fu per la pandemia o per il sostegno a Kiev, non certo la regola -3-7.

Quando la realtà economica cambia le prospettive

Se è vero che la politica tedesca sembra granitica nel suo rifiuto, è altrettanto vero che lo scenario economico che fa da sfondo a queste discussioni è radicalmente cambiato, e questo potrebbe rendere la partita meno scontata di quanto le dichiarazioni di Merz lascino intendere. La Germania, da modello di virtù e stabilità, esce da due anni di recessione e il suo piano di rilancio da 500 miliardi di euro ha messo sotto pressione i tassi sui Bund, con il decennale che è arrivato a sfiorare il 2,90% -6-10. Contemporaneamente, paesi un tempo considerati il fanalino di coda come Italia, Spagna e Grecia hanno visto migliorare i propri rating e consolidare i propri conti, riducendo quel divario abissale con i tedeschi che rendeva l'idea di un debito comune una pura follia agli occhi di Berlino -6. Lo spread non è più quello dei momenti bui, e la convergenza dei rendimenti rende meno potente l'argomento secondo cui a pagare per tutti sarebbero solo i virtuosi. Persino il presidente della Bundesbank, Joachim Nagel, ha aperto a determinate condizioni all'idea di un mercato europeo più liquido per asset sicuri, parole che riecheggiano quelle del presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, secondo cui gli eurobond servirebbero proprio a creare un mercato profondo e liquido per la finanza europea, capace di competere con il dollaro -6.

L'ipotesi di un'Europa a geometria variabile

Il vertice di Alden Biesen, al di là delle dichiarazioni pubbliche, sta facendo emergere una crepa destinata a rimanere. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, insieme a Berlino, ha riunito un gruppo ristretto di 19 paesi per discutere come velocizzare i processi decisionali, magari ricorrendo alla cooperazione rafforzata, un meccanismo che permette a un gruppo di almeno nove Stati membri di andare avanti su determinate politiche anche senza l'unanimità -2. Una prospettiva, quella dell'Europa a più velocità, che trova d'accordo lo stesso Macron, il quale ha convenuto che se non si riesce a procedere in ventisette, forse è il caso di farlo con chi vuole e può -2. È in questo scenario frammentato che si inserisce la riflessione sugli eurobond: non più, o non solo, come strumento di solidarietà tra Stati, ma come leva per finanziare beni pubblici europei – intelligenza artificiale, difesa, transizione energetica – che richiedono masse critiche di capitale che i bilanci nazionali, da soli, non possono garantire. L'opposizione tedesca, per ora, sembra salda, ma il fatto che se ne discuta in un vertice informale e che la proposta venga rilanciata con forza da Parigi, in un contesto di rapporti transatlantici tesi e di competizione globale sempre più serrata, indica che il fantasma del debito comune non è destinato a tornare nel cassetto.

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