La strada stretta degli Eurobond e i conti in ordine di Meloni al vertice di Agia Napa
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Redazione Interno
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AGIA NAPA (Cipro) – La località balneare che ieri ha ospitato la cena informale tra i leader europei, pur essendo geograficamente più vicina a Beirut che a Bruxelles, ha fatto da sfondo a un confronto dove il fantasma della guerra in Iran – sebbene l’Europa ne sia rimasta militarmente fuori – si è materializzato sotto forma di bollette e di scelte economiciche incidono direttamente sulle tasche dei cittadini. A due mesi dall’inizio del conflitto che ha di fatto chiuso lo Stretto di Hormuz, la crisi energetica ha morso duro, trasformandosi nel dossier più pesante sul tavolo dei Ventisette. In questo contesto, mentre il presidente americano Donald Trump (ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da oltre un anno) osserva da lontano, l’Unione Europea cerca una risposta che non arriva, divisa tra la necessità di agire e il rispetto dei rigidi vincoli di bilancio.
La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, arrivata a Cipro ammaccata dalla mancata uscita dalla procedura d’infrazione (mancata per un pelo) e priva di quella copertura americana che fino a poco tempo fa sembrava scontata, ha scelto la linea del “coraggio”. «Penso che l’Europa debba essere molto più coraggiosa», ha dichiarato prima dell’inizio del summit, criticando indirettamente la linea prudente della Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Secondo la premier, le proposte messe in campo finora – come i voucher energetici o la flessibilità sugli aiuti di Stato – rappresentano sì «un passo in avanti, ma non sufficiente». Per l’Italia, infatti, il vero banco di prova resta la sospensione del Patto di stabilità, o quantomeno la possibilità di non conteggiare le spese per l’energia nei calcoli del deficit, esattamente come già avviene per quelle della difesa.
La difesa dei conti e la minaccia dello scostamento
Difendendo i risultati economici ottenuti dal suo governo, Meloni ha rivendicato un dato preciso: quando ci siamo insediati il deficit era all’8,1%, mentre oggi siamo riusciti a portarlo al 3,1%, facendo meglio delle nostre stesse previsioni. «Nessuno può dire che l’Italia oggi non ha i conti in ordine – ha sottolineato – si può dire che li aveva molto in disordine ieri». Un’affermazione, questa, che mira a prendere le distanze dalle gestioni passate (pesano ancora, secondo la premier, i debiti lasciati dal Superbonus, che ha definito come un’eredità pesante da smaltire). Tuttavia, di fronte alle resistenze di Bruxelles, Meloni ha lasciato cadere una possibilità che suona quasi come un ultimatum agli altri partner europei: se non ci sarà una cornice più confortevole, l’Italia potrebbe procedere comunque da sola. «Vediamo – ha risposto ai cronisti chi chiedeva di uno scostamento di bilancio – ad oggi non stiamo escludendo niente». Una dichiarazione che tiene alta la tensione con la Commissione, alla quale la premier chiede di uscire dalla logica dei sussidi nazionali che, secondo il suo ragionamento, finiscono per avvantaggiare sempre gli stessi (i Paesi con maggiore spazio fiscale, come la Germania).
Il nodo degli Eurobond e il fronte franco-belga
Il vero campo di battaglia politico, al di là delle dichiarazioni pubbliche, resta però quello degli eurobond o, più modestamente, la creazione di un debito comune per finanziare la risposta alla crisi. La strada per un’intesa di questo tipo, per quanto impervia, è l’unica che potrebbe rompere lo stallo attuale. Se da un lato Berlino – con il cancelliere Friedrich Merz – si è detta finora contraria a condividere i rischi senza avere un controllo diretto sulle risorse, dall’altro emergono crepe significative nel fronte dei “frugali”. A sorpresa, il premier belga Bart De Wever ha offerto una sponda concreta alle tesi italiane, osservando che la Commissione «non ha fatto abbastanza» e aprendo un varco anche sul dossier della carbon tax (Ets). Ancora più decisivo potrebbe rivelarsi il ruolo di Emmanuel Macron, il cui sostegno a Parigi a un’iniziativa di debito comune sarebbe, secondo gli analisti, l’ago della bilancia in grado di far cambiare l’equilibrio. L’assenza forzata di Viktor Orban (sconfitto alle recenti elezioni ungheresi) modifica poi gli equilibri interni al Consiglio, togliendo un alleato di peso alle posizioni più oltranziste.
L’ombra lunga del Medio Oriente sulle economie europee
Se la politica procede a rilento, lo scenario economico incalza. La presidente della Bce, Christine Lagarde, ha avvertito che la prolungata interruzione delle forniture di petrolio rischia di spingere l’Europa ad affrontare non solo l’inflazione, ma veri e propri fenomeni di razionamento di carburante e cibo. Un passaggio, questo, da non sottovalutare: quando l’offerta viene meno in modo strutturale, il meccanismo classico della compensazione via prezzo non funziona più, colpendo direttamente la produzione industriale. Anche il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha lanciato un allarme pesante, dichiarando che senza una tregua negoziata nel Golfo (e quindi senza la riapertura sicura delle rotte), l’Europa finirà in recessione, con conseguenze già visibili sulla reperibilità di prodotti sugli scaffali. In alcune zone del continente, già nei primi di aprile, sono scattate le prime limitazioni del carburante per i voli aerei, un segnale tangibile che lo stato d’emergenza è più vicino di quanto si voglia ammettere. Eppure, nonostante l’evidenza dei fatti, la risposta europea al vertice di Agia Napa resta affidata a un difficile lavoro di mediazione, dove la geografia fisica (l’isola di Cipro così vicina al fuoco) sembra voler ricordare ai leader quanto sia fragile il confine tra la pace europea e il caos mediorientale.




