Il prestito da 90 miliardi all'Ucraina apre la strada agli Eurobond, una svolta per l'Ue

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L'accordo raggiunto nella notte dai Ventisette, un prestito da novanta miliardi di euro a tasso zero per Kiev garantito dagli Eurobond, rappresenta una misura di portata storica che trascende, per le sue implicazioni finanziarie e istituzionali, il mero sostegno economico a un paese in guerra. La decisione di ricorrere al debito comune, un passaggio caldeggiato con forza dall'ex presidente della Bce e del Consiglio Mario Draghi nel suo rapporto sull’unione dei capitali, supera infatti il tradizionale scoglio dell'unanimità attraverso un meccanismo di garanzie che, neutralizzando di fatto il veto dei singoli stati, inaugura una metodologia potenzialmente replicabile per future politiche comuni. Il compromesso, che ha visto prevalere la linea italiana e un passo indietro della Germania, stabilisce che l'Ucraina sarà tenuta al rimborso solo qualora la Russia accetti di pagare i danni di guerra, incluso il risarcimento per le uccisioni dei civili; in assenza di tale scenario, il debito verrà coperto dalle risorse residue del bilancio comunitario, evitando così di gravare direttamente su Kiev.

Un meccanismo che cambia le regole del gioco

La portata innovativa dell’intesa risiede proprio nella costruzione giuridico-finanziaria che la sorregge, la quale, come sottolineato dalla presidente della Commissione Ursula von der Leyen annunciando l’accordo in piena notte, si fonda su una “cooperazione rafforzata”. Questo schema, che ha superato le resistenze iniziali del Belgio – detentore della maggior parte dei titoli russi immobilizzati –, dimostra come l'Unione possa trovare soluzioni collettive anche di fronte a posizioni divergenti, aprendo di fatto la strada all'utilizzo strutturale di Eurobond garantiti dal bilancio dell'Unione. Una strada, questa, che molti osservatori considerano una svolta irreversibile verso una maggiore integrazione fiscale, destinata a plasmare la risposta dell'Europa non solo alla crisi ucraina ma anche a future necessità di investimento su larga scala.

La reazione di Mosca e il contesto internazionale

La risposta del presidente russo Vladimir Putin non si è fatta attendere, definendo il piano un “furto di proprietà” e equiparando l’uso di risorse russe, cui il meccanismo di rimborso è collegato, a una “rapina”. Questa posizione, per quanto aspramente contraria, non ha impedito il raggiungimento del compromesso fra i Ventisette, i quali hanno preferito concentrarsi sulla necessità di garantire a Kiev un supporto stabile per i prossimi due anni, sia per le esigenze militari che per quelle economiche. L’accordo, del resto, si inserisce in un panorama internazionale complesso, dove l’assist determinante di Washington – con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump nuovamente alla Casa Bianca – si combina con una “resa” negoziale di Berlino, fattore che ha permesso di sciogliere gli ultimi nodi dopo trattative serrate.

Prospettive e impatto sul futuro dell'Ue

Al di là delle immediate conseguenze per il finanziamento dell'Ucraina, l’operazione lascia intendere che il ricorso a strumenti di indebitamento comune, una volta considerato un tabù politico, possa diventare una leva ordinaria per politiche ambiziose. La scelta di aggirare il vincolo dell’unanimità, senza formalmente violarlo, mediante un sistema di garanzie costituisce un precedente significativo, il cui impatto si riverbererà sulle future discussioni riguardanti la difesa comune, la transizione energetica o le grandi infrastrutture. Si tratta, in definitiva, di un cambio di paradigma che attua concretamente quanto teorizzato da tempo nelle riflessioni sull’approfondimento dell’Unione economica e monetaria, segnando forse il momento in cui l’Europa ha scelto di dotarsi, pur tra compromessi e cautele, di uno strumento finanziario all’altezza delle sue ambizioni geopolitiche.

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