Il test degli eurobond e la scommessa di Meloni sull’asse con Berlino

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il castello di Alden Biesen, oggi, non ospita soltanto un “ritiro” informale dei Ventisette; è piuttosto il teatro di una partita che il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa ha concepito per stanare le reali ambizioni industriali dell’Unione, e in questa scacchiera Giorgia Meloni arriva forte di una mossa calcolata con Friedrich Merz. Quella che molti osservatori – compreso l’ex ambasciatore Piero Benassi – bollano come la semplificazione giornalistica di un nuovo “asse” o, peggio, della crasi Merzoni, cela in realtà una strategia più complessa, tesa a ridisegnare i pesi dentro il Consiglio senza però formalizzare uno schiaffo a Emmanuel Macron. L’Italia, storicamente favorevole a strumenti di debito condiviso sin dai tempi del NextGenerationEu, si trova ora nella posizione paradossale di dover gestire un asse franco-tedesco che non esiste più nella sua forma classica, sostituito da una serie di bilateralismi concorrenti. La premier italiana, da un lato, co-firma l’agenda della competitività con Berlino – incentrata su sburocratizzazione e pragmatismo – e dall’altro si guarda bene dal chiudere definitivamente il dialogo con Parigi, consapevole che sullo sfondo, e con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il tema degli eurobond tornerà a dividere il Continente.

Il nodo degli eurobond: una posizione sfaccettata

Sarebbe erroneo, tuttavia, archiviare la questione come un semplice riallineamento di poteri. La posizione di Meloni sugli eurobond, infatti, sfugge alle tradizionali categorizzazioni. Se è vero che la premier insiste da tempo – lo fece già alla Camera nel dicembre 2024 – sulla necessità di obbligazioni europee per la difesa e per colmare il divario di competitività, è altrettanto vero che la sua declinazione dello strumento è selettiva. Non un nuovo debito comune *tout court*, ma un utilizzo mirato a sostenere l’industria continentale senza trasformare l’Unione in un mero trasferitore di risorse verso terzi. La cautela mostrata a più riprese, specie nei Consigli europei del 2025, riflette la doppia natura dell’esecutivo italiano: spinge per un pilastro europeo della Nato che abbia pari dignità rispetto a quello americano, ma al contempo frena su garanzie illimitate o su meccanismi che esporrebbero l’Italia a rischi di credito senza ritorni industriali certi. La distanza con Macron, allora, non è solo tattica: il capo dell’Eliseo insegue un’Europa-potenza anche a costo di indebitarsi pesantemente, mentre Meloni lega l’ok al debito comune alla certezza che quei fondi producano capacità produttiva in Italia e non solo in Francia o Germania.

Il pre-summit sulla competitività e l’assenza di scorciatoie

L’incontro di oggi, che vede la presidente del Consiglio fare gli onori di casa insieme al cancelliere tedesco e al premier belga, è il banco di prova di questa strategia. L’Italia e la Germania si sono messe alla testa dei Paesi che chiedono una scossa, ma la scossa non può limitarsi alla retorica. Le proposte sul tavolo – cooperazioni rafforzate, accelerazione normativa, possibile revisione del *buy European* al 70 o 80% – cozzano contro la lentezza intrinseca delle istituzioni e, soprattutto, contro la resistenza di chi agli eurobond continua a preferire schemi di prestito bilaterale o garanzie nazionali. Meloni non ha mai nascosto la sua preferenza per soluzioni ibride, come il terzo pilastro basato su garanzie pubbliche a leva privata, che non vengono etichettate come debito comune ma ne replicano parzialmente gli effetti. È un equilibrio precario, che richiede alla premier di tenere insieme l’anima sovranista del suo elettorato – tradizionalmente scettica verso i trasferimenti fiscali – e la necessità concreta di reperire risorse per mantenere la rotta sul 2% Nato senza squilibrare la legge di bilancio.

Il pragmatismo come unica bussola

Nelle pieghe di questo negoziato, emerge la difficoltà strutturale di un’Europa che non ha ancora metabolizzato il superamento del tandem franco-tedesco. L’asse Meloni-Merz, al di là delle etichette giornalistiche, non ha la pretesa di sostituire quel motore, ma semmai di affiancargli una modalità operativa più fluida e meno ideologica. L’ex commissario Gentiloni, in una intervista dello scorso anno, aveva indicato all’esecutivo italiano una strada precisa: usare la stabilità politica come leva per convincere Berlino, storicamente restia agli eurobond, a non opporsi qualora la spesa tedesca per la difesa raggiungesse livelli tali da rendere il debito comune un male minore. Quella previsione oggi si materializza. Berlino spenderà centinaia di miliardi nel prossimo decennio, e questo cambia la percezione dello strumento. Ma Meloni sa che il consenso tedesco non è incondizionato: dipenderà dalla capacità italiana di offrire garanzie di serietà sui conti e, non ultimo, dalla volontà di non rompere con Parigi sul piano politico. Da qui la presenza odierna di Macron, la cui agenda competitiva – pur divergente – non viene mai apertamente osteggiata da Roma, ma piuttosto assorbita e filtrata.

L’Europa che esce da questa fase non è più quella delle liturgie consolidate; è un’Europa di geometrie variabili in cui l’Italia prova a ritagliarsi un ruolo da ago della bilancia, senza mai irrigidirsi in un campo piuttosto che nell’altro. E la partita vera, quella sugli eurobond, resta aperta.

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