Chip olandesi nei droni russi, l'export che sfida i divieti

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un'indagine condotta da RTL Nieuws, che ha analizzato trecento componenti recuperati in zona di guerra, ha accertato che una percentuale significativa, il 44%, è stata prodotta dopo il 24 febbraio 2022, data nella quale Stati Uniti e Unione Europea hanno imposto il divieto di vendita alla Russia di tecnologie suscettibili di un impiego bellico. La presenza di questi microchip, alcuni dei quali di fabbricazione olandese, all'interno di droni utilizzati dalle forze russe solleva interrogativi stringenti sui meccanismi reali di applicazione delle sanzioni, dimostrando come i dispositivi occidentali continuino a percorrere canali opachi per alimentare l'industria militare di Mosca. Un flusso, questo, che si rivela ininterrotto nonostante gli sforzi diplomatici e le restrizioni formali, il quale si dipana attraverso reti commerciali intricate e sfrutta la natura di "dual-use" di molti componenti, concepiti per un utilizzo civile ma facilmente adattabili a scopi militari.

La dipendenza tecnologica dell'arsenale russo

L'apparato bellico russo, che impiega tali tecnologie per il funzionamento di missili, sistemi d'arma e macchinari per la produzione di munizioni, mostra una dipendenza strutturale dalla microelettronica di provenienza occidentale. Un caso emblematico è quello del missile balistico Iskander, il quale, secondo le analisi, inCorpora almeno trentacinque tra chip e componenti microelettronici fabbricati da aziende europee, statunitensi e giapponesi. Questo sistema di approvvigionamento, che si serve di intermediari e di rotte di transito difficilmente tracciabili, permette di eludere i controlli doganali e di aggirare i blocchi all'export, rendendo di fatto inefficaci gran parte delle misure punitive introdotte dalla comunità internazionale. Si delinea così una situazione paradossale, nella quale le stesse nazioni che forniscono supporto all'Ucraina finiscono, seppur indirettamente, per rifornire di componenti sofisticati l'industria degli armamenti contro la quale Kiev è costretta a combattere.

L'evoluzione letale dei missili Iskander

Le conseguenze di questa fuga tecnologica si manifestano in maniera drammaticamente concreta sul campo di battaglia, dove si è registrata una crescente efficacia dei missili Iskander-M contro i sistemi di difesa aerea occidentali, come i Patriot. Una recente indagine forense del Kyiv Scientific Research Institute of Forensic Expertise ha portato alla luce nuovi dettagli sugli aggiornamenti apportati alle munizioni balistiche russe, i quali ne hanno potenziato le capacità offensive. L'Iskander-M, un sistema balistico a corto raggio noto nella codifica NATO come SS-26 Stone, ha assunto un ruolo sempre più centrale nella campagna di attacchi russi, un dato confermato dall'aumento produttivo deciso da Mosca, passata dalla fabbricazione di 250 missili balistici 9M723 nel 2023 a 700 unità previste per il 2024.

Il dibattito sui costi reali dell'arsenale missilistico

L'impiego massiccio di un arsenale così variegato, che include oltre agli Iskander i missili da crociera Kalibr e Kh-101 e quelli ipersonici come il Kinzhal e lo Zircon, ha alimentato un acceso dibattito sui costi effettivi che la Russia sostiene per produrre questi vettori. Le stime, spesso divergenti, oscillano tra valutazioni oggettivamente sovrastimate e altre grossolanamente sottostimate, una discrepanza che nasce dalla carenza di dati ufficiali e affidabili, dalla complessità degli accordi di esportazione e dalle numerose, e talvolta contrastanti, opinioni di esperti che circolano sui media. La difficoltà di stabilire un prezzo certo per questi sistemi d'arma, molti dei quali progettati per trasportare testate nucleari, rende opaca qualsiasi analisi sullo sforzo economico complessivo che Mosca sta sostenendo nel conflitto.

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