Il Financial Times annuncia elezioni in Ucraina per il 24 febbraio, Zelensky smentisce e pone condizioni

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il quarto anniversario dell’invasione russa, quella data del 24 febbraio che Volodymyr Zelensky, intervenendo su Telegram, ha detto di voler dedicare all’adesione dell’Ucraina all’Unione Europea – e per la quale chiede “una data precisa”, quasi fosse un contrappeso necessario a ogni ipotetico tavolo negoziale – potrebbe invece trasformarsi, secondo quanto riferito ieri dal Financial Times, nel giorno dell’annuncio delle elezioni presidenziali e di un concomitante referendum sul possibile accordo di pace con Mosca. Sarebbe stata l’amministrazione Trump, con una pressione ritenuta da più parti senza precedenti, a spingere Kiev verso la tornata elettorale; l’indiscrezione, che cita fonti ucraine ed europee coinvolte nella pianificazione, fissa per metà maggio il momento delle urne, a patto – ed è il nodo centrale – che il cessate il fuoco regga e che la sicurezza sul terreno, quella sicurezza che oggi è un miraggio tra missili e droni, diventi una variabile finalmente controllabile -1-10. La risposta di Zelensky, arrivata nella chat ufficiale dei giornalisti su WhatsApp, è stata secca e articolata: non c’è alcuna intenzione, al momento, di ufficializzare un calendario elettorale; il presidente ha ribadito che senza una tregua effettiva e duratura, senza cioè che l’Europa e gli Stati Uniti siedano a un tavolo congiunto con Mosca, qualsiasi consultazione popolare – sia essa per il rinnovo del mandato presidenziale o per legittimare un compromesso territoriale – resta politicamente illegittima e logisticamente impraticabile -1-10.

Dall’altra parte del continente, intanto, il governo italiano ha messo nero su bianco la prosecuzione del proprio sostegno militare e civile a Kiev. Il Consiglio dei ministri, su proposta della presidente Meloni e dei ministri Tajani e Crosetto, ha infatti licenziato il decreto-legge Ucraina, un provvedimento che non si limita a una mera proroga tecnica ma introduce elementi sostanziali: l’autorizzazione alla cessione di mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari – la cui lista, contenuta in un allegato classificato dello Stato maggiore della difesa, resta ovviamente non divulgabile – viene estesa fino al 31 dicembre 2026, specificando per la prima volta una gerarchia di priorità che privilegia i sistemi logistici, sanitari e quelli destinati alla protezione da attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici -1-3. Accanto al sostegno bellico, il decreto interviene su due fronti complementari: da un lato stabilizza la posizione giuridica dei cittadini ucraini già presenti in Italia, con il rinnovo – su richiesta – dei permessi di soggiorno per protezione speciale fino al marzo 2027; dall’altro, e si tratta di una novità sperimentale per l’anno in corso, introduce un contributo statale destinato agli editori che intendano coprire i costi assicurativi e formativi per i giornalisti freelance inviati in aree di conflitto, un riconoscimento – seppur limitato a un plafond di seicentomila euro – del ruolo sempre più esposto e precario di chi documenta la guerra dal terreno -1-3.

L’avvocato generale contro von der Leyen: “Scongelamento illegittimo, l’Ungheria non aveva completato le riforme”

A Bruxelles, intanto, la partita sullo stato di diritto torna a incrociarsi con i dossier caldi della politica estera. L’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea, Tamara Ćapeta, ha depositato una proposta di sentenza destinata a pesare come un macigno sulla credibilità della Commissione Ursula von der Leyen. Secondo la giurista, la decisione presa dall’esecutivo comunitario nel dicembre 2023 – quando vennero scongelati 10,2 miliardi di euro di fondi di coesione destinati a Budapest – sarebbe viziata da una “violazione dell’obbligo di motivazione” ai sensi dell’articolo 296 del Trattato sul funzionamento dell’Unione -4. La Commissione, di fatto, avrebbe concesso il via libera alle erogazioni senza attendere l’entrata in vigore effettiva delle riforme legislative imposte all’Ungheria di Orbán, in particolare quelle relative all’indipendenza della magistratura e ai meccanismi di nomina dei giudici costituzionali. La Ćapeta, le cui conclusioni – benché non vincolanti – orientano tradizionalmente il verdetto finale della Corte, contesta alla Commissione di non aver fornito “alcuna spiegazione” circa il mutamento di posizione; un cambio di rotta che, per coincidenza temporale, avvenne nella stessa settimana in cui Viktor Orbán era chiamato a esprimersi sull’apertura dei negoziati di adesione all’Ucraina -4.

Parigi-Mosca, prove tecniche di dialogo: Macron cerca una voce europea, il Cremlino risponde (ma con cautela)

La Francia prova a riaprire un canale diretto con il Cremlino, e lo fa con la consapevolezza che il dossier ucraino – se mai giungerà a una fase negoziale avanzata – rischia di essere gestito in esclusiva dalla Casa Bianca. Emmanuel Macron ha inviato a Mosca il suo consigliere diplomatico, Emmanuel Bonne, e dalle parole del portavoce Peskov trapela una cauta apertura: “Ci sono stati contatti, lo confermiamo”, ha dichiarato Peskov citato dalle agenzie Ria Novosti e Interfax, aggiungendo che queste interlocuzioni potrebbero, “se desiderato e necessario”, facilitare la rapida ricostituzione di un dialogo al più alto livello -5-6. Macron, intervistato da El País e Süddeutsche Zeitung, ha insistito sulla necessità di un approccio “europeo e ben organizzato”, avvertendo che la geografia non cambierà e che la Russia resterà per sempre “alle nostre porte” -5. Il presidente francese, che già a dicembre aveva manifestato l’intenzione di riprendere i colloqui con Putin, chiede ora che l’Unione Europea non deleghi a Washington il futuro architetto di sicurezza continentale; una posizione che, pur nella sua ambizione strategica, sconta però la difficoltà oggettiva di individuare un mandato unitario dei Ventisette, mentre l’Alta rappresentante Kaja Kallas lavora a una lista di “richieste massimaliste” da presentare a Mosca -5. Il Cremlino, da parte sua, risponde con la consueta prudenza armata: Sergej Lavrov ha frenato ogni ipotesi di accelerazione, ricordando che il percorso verso una soluzione negoziale – e il riferimento all’incontro di Anchorage non è affatto casuale – sarà lungo e dovrà passare per la rimozione delle “minacce militari ucraine” -7. Dentro il Cremlino, è stato scritto, le parole pace e dialogo vengono maneggiate con la cautela con cui si tocca un’arma carica. E finché l’artiglieria parla, la diplomazia – quella vera, quella dei fatti e non delle dichiarazioni d’intenti – resta in attesa.

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