Epatite A in Campania, la Regione compra 25mila vaccini: dose gratuita per chi è a rischio

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Salute Redazione Salute   -   L’allarme, per quanto ancora circoscritto a parametri che gli stessi medici descrivono come lontani da una vera e propria epidemia, ha spinto la Regione Campania a varcare una soglia che raramente si valica in assenza di focolai dichiarati: quella dell’acquisto diretto e massiccio di profilassi. Sono 25mila i vaccini acquistati dalla direzione Salute di Palazzo Santa Lucia, una fornitura straordinaria destinata a “potenziare l’offerta vaccinale per gruppi a rischio” – così si legge in una nota inviata nelle ultime ore ai direttori delle Asl e al presidente Roberto Fico – con l’indicazione precisa che la somministrazione dovrà avvenire “gratuitamente”. Una decisione che, di fatto, anticipa un’espansione del contagio che i numeri, seppur in crescita, non certificano ancora come sistemica, ma che il governo regionale ha scelto di affrontare con uno strumento solitamente riservato a emergenze consolidate.

Se a Salerno si contano già 7 casi accertati e nella provincia il dato sale a 12, è però il capoluogo a concentrare la pressione maggiore sul sistema sanitario. All’ospedale Cotugno di Napoli, struttura di riferimento per le malattie infettive, i ricoveri per epatite A hanno raggiunto quota 53, mentre altre 9 persone si trovano al pronto soccorso in attesa di un posto letto. A fornire il quadro aggiornato è Raffaele Di Sarno, responsabile del pronto soccorso infettivologico e pneumologico del nosocomio, che ha parlato anche di un centinaio di casi sospetti – quelli che non finiscono nelle statistiche ufficiali ma che, di fatto, alimentano la catena dei contagi. I numeri, messi a confronto con la media degli ultimi anni, sono aumentati di dieci volte, un’impennata che ha spiazzato persino i medici del Cotugno, abituati a gestire patologie infettive ben più complesse.

I controlli, nel frattempo, si sono intensificati lungo l’intera filiera che va dal mare alla tavola. I Nas hanno stretto le maglie sugli allevamenti di cozze e sulle pescherie, mentre i ristoranti – finiti nel mirino degli ispettori – registrano un crollo dei consumi di frutti di mare stimato intorno al 60%. Il dato dei contagiati, arrivato ieri a quota 154, resta provvisorio e gli stessi inquirenti sanitari evitano di usare il termine “epidemia”, pur ammettendo che la concentrazione geografica dei focolai (Napoli, Salerno e le rispettive province) impone un cambio di passo nei controlli e nelle strategie di prevenzione. L’ipotesi investigativa, suffragata dai primi sette campioni risultati positivi sulle cozze analizzate, continua a puntare sulla contaminazione dei molluschi, spesso consumati crudi o poco cotti, una pratica che in questo periodo dell’anno rischia di amplificare il rischio.

Numeri in crescita e la strategia dei vaccini gratuiti

L’acquisto dei 25mila vaccini rappresenta, nella sostanza, il perno della strategia regionale per arginare il contagio senza dover attendere l’evolversi di un focolaio che potrebbe allargarsi ulteriormente. La scelta di offrire la dose gratuitamente a chi è considerato a rischio – una categoria che include non solo i contatti diretti dei malati ma anche gli addetti alla ristorazione e alla filiera ittica – inverte l’approccio tradizionale, spostando l’asse dalla sorveglianza alla prevenzione attiva. Gli stessi medici del Cotugno, pur sottolineando che le condizioni dei ricoverati sono “buone” e che non si è ancora in presenza di un’emergenza ospedaliera fuori controllo, hanno accolto con favore la possibilità di vaccinare su larga scala i soggetti esposti, riducendo così il rischio di nuovi focolai nelle settimane successive.

Il ruolo dell’ospedale Cotugno e la gestione dei contagi

Il peso della risposta sanitaria, in questa fase, ricade quasi interamente sul Cotugno, dove i 53 ricoverati rappresentano un afflusso atipico per un’infezione che, nella maggior parte dei casi, si risolve senza ospedalizzazione. Di Sarno, nel tracciare il profilo dei pazienti, ha osservato come molti di loro abbiano contratto il virus attraverso il consumo di frutti di mare crudi, un dato che conferma l’importanza della tracciabilità dei prodotti ittici e che spiega perché i controlli si siano concentrati con tale vigore su pescherie, ristoranti e allevamenti. L’ospedale, pur gestendo il carico di lavoro aggiuntivo, ha mantenuto operative le proprie strutture senza attivare piani di emergenza straordinari, segno che la situazione – per quanto inusuale – rimane entro i margini di governabilità.

Controlli, calo dei consumi e la filiera ittica sotto osservazione

L’impatto economico dell’allarme sanitario si misura già sul fronte del consumo: il crollo del 60% della richiesta di frutti di mare fotografa una reazione del pubblico che anticipa, di fatto, le stesse indicazioni provenienti dalle autorità sanitarie. Il lavoro dei Nas, che hanno intensificato le ispezioni su allevamenti e punti vendita, mira a intercettare eventuali criticità igieniche lungo la filiera, mentre l’analisi dei sette campioni di cozze risultati infetti ha fornito un primo, parziale riscontro alle ipotesi investigative. La somministrazione dei vaccini, unita alla stretta sui controlli, delinea un approccio a due livelli: da un lato, la prevenzione individuale attraverso la profilassi gratuita; dall’altro, il contenimento delle fonti di contagio attraverso verifiche serrate sui canali di distribuzione degli alimenti.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.