I figli di Trump e il fondo da 1 miliardo: così il business di famiglia punta su droni, Ai e crypto

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nonostante la Casa Bianca torni periodicamente a tuonare contro i conflitti d’interesse, il confine tra potere politico e affari privati, nel caso della famiglia Trump, si fa ogni giorno più sottile. A riaccendere i riflettori su questo spinoso nodo ci pensa un’inchiesta del Financial Times che rivela il coinvolgimento diretto di Eric Trump e Donald Trump Jr. in un ingente veicolo d’investimento da un miliardo di dollari. I due figli del presidente, spiega il rapporto, hanno contribuito in maniera sostanziale alla costituzione di un fondo – gestito da American Ventures, una divisione del gruppo finanziario Dominari Holdings con sede nella Trump Tower di New York – che intende dirottare capitali verso quei comparti strategici oggi al centro dell’agenda economica dell’amministrazione: droni, criptovalute e intelligenza artificiale.

L’operazione, come spesso accade quando si incrociano i cognomi illustri con i soldi di Wall Street, è tecnicamente articolata ma politicamente esplosiva. Secondo i documenti depositati presso le autorità di regolamentazione, i due rampolli detengono complessivamente circa il 12% di Dominari Holdings, la quale a sua volta possiede il 90% di American Ventures; un meccanismo a scatole cinesi, insomma, che permette loro di influenzare un portafoglio da 1,04 miliardi di dollari distribuito su 21 diversi “veicoli” di investimento. E non si tratta solo di speculazioni astratte: i capitali sono già stati impiegati in operazioni che spaziano da una catena di saloni di depilazione in Florida a un prestatore di criptovalute con sede alle Bermuda, passando per startup di energia nucleare e, cosa che brucia maggiormente, società produttrici di sistemi d’arma senza pilota.

Il cortocircuito tra agenda politica e profitti privati

Ciò che rende unico questo scenario, e lo distingue dai tradizionali conflitti d’interessi già emersi durante il primo mandato, è la tempistica perfetta con cui si muovono gli investimenti. Mentre Donald Trump, da ormai più di un anno nel suo secondo mandato, firmava ordini esecutivi per rendere l’America la “capitale mondiale delle criptovalute” e firmava decreti per accelerare la produzione nazionale di droni, i suoi figli posizionavano le fiches esattamente su quei tavoli. La strategia di American Ventures, come dichiarato da un portavoce, è proprio quella di “investire in aziende statunitensi che guidano le nuove tecnologie, creano posti di lavoro e riducono la dipendenza da risorse estere”. Un obiettivo, sulla carta, nobile; nella pratica, un’autostrada per trasformare le direttive politiche paterne in opportunità di arricchimento immediato per il nucleo familiare.

L’intreccio diventa ancora più sospetto se si osservano le oscillazioni anomale dei titoli coinvolti. Un caso esemplare riguarda Aureus Greenway Holdings, un gestore di campi da golf quotato al Nasdaq che, improvvisamente, ha virato verso la produzione di droni. Le sue azioni, ferme a pochi spiccioli, hanno triplicato il loro valore in una singola seduta subito dopo che l’amministrazione Trump ha annunciato il programma “Drone Dominance” del Pentagono. Una coincidenza che gli operatori di Wall Street definiscono eufemisticamente “Trump market”: un mercato parallelo, imprevedibile, deregolamentato e, per chi ha le informazioni giuste, estremamente redditizio.

La difesa dei coinvolti e il ruolo “passivo”

Attraverso i propri portavoce, sia Eric che Donald Trump Jr. hanno ovviamente rigettato ogni accusa, dichiarandosi investitori “passivi”. In una nota riportata dalla stampa, una fonte vicina a Donald Trump Jr. ha specificato che egli “non ha alcun coinvolgimento operativo nella società” e che “non comunica con il governo federale per conto di alcuna azienda in cui investe”. Una demarcazione netta che, sulla carta, serve a proteggere il presidente da eventuali accuse di favoreggiamento, ma che lascia intatto il dubbio di fondo: se il capitale familiare si muove all’unisono con le priorità della Casa Bianca, la differenza tra una strategia finanziaria lungimirante e l’accesso privilegiato a informazioni privilegiate diventa una mera questione di semantica giuridica.

Oltre ai vertici dell’esecutivo e ai figli del presidente, va ricordato che le indagini sull’insider trading “all’ombra della presidenza” sono già scattate. Operazioni sospette sono state rilevate in coincidenza con annunci sensibili, come quello sui dazi del “Liberation Day”, dove qualcuno ha piazzato ingenti scommesse pochi minuti prima che Trump annunciasse una sospensione delle tariffe, flirtando pericolosamente con l’illecito.

Un impero costruito sulle nuove frontiere della difesa e della finanza

Lontano dalle luci dei comizi, il business della famiglia si sta quindi ristrutturando a velocità supersonica. Lasciandosi alle spalle il secolo dei grattacieli e dei golf club, i figli del presidente stanno scommettendo tutto sulla triade che dominerà la prossima decade: intelligenza artificiale, finanza decentralizzata e guerra tecnologica. Nonostante le promesse di trasparenza, il controllo azionario di società come Powerus (costruttrice di droni) o le partecipazioni incrociate con piattaforme di scommesse geopolitiche come Polymarket – dove Donald Trump Jr. siede come consulente – disegnano un reticolo di interessi talmente fitto da rendere impossibile distinguere dove finisca l’interesse nazionale e dove inizi il tornaconto personale.

Mentre i democratici chiedono a gran voce l’istituzione di un comitato investigativo speciale, le carte in tavola parlano chiaro: il miliardo di dollari raccolto è solo l’ultimo, e più cospicuo, tassello di un disegno che trasforma la presidenza stessa in una macchina per fare affari.

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