Regeni, il governo frena sul risarcimento: «Quando la sentenza sarà definitiva». L'opposizione attacca

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il governo italiano ha confermato che chiederà il risarcimento danni per il sequestro e l'omicidio di Giulio Regeni, ma solo quando la sentenza della Corte d'Assise di Roma sarà passata in giudicato. Le parole del ministro per gli Affari europei Tommaso Foti, che durante la trasmissione Tagadà su La7 aveva inizialmente lasciato intendere che la richiesta sarebbe scattata subito dopo il deposito delle motivazioni, hanno poi lasciato spazio a una precisazione che conferma la linea prudente dell'esecutivo. «Quando la sentenza verrà depositata, lo Stato chiederà il risarcimento. Lo si può fare grazie al fatto che l'Italia si è costituita parte civile», aveva detto Foti, prima che la posizione venisse ridimensionata in serata.

La condanna e le provvisionali

La prima Corte d'Assise di Roma ha condannato a dieci anni di carcere per sequestro di persona tre agenti dei servizi segreti egiziani: il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed. Il quarto imputato, il generale Tariq Sabir, è stato assolto. La sentenza ha disposto provvisionali per 150mila euro in favore della Presidenza del Consiglio dei ministri, costituitasi parte civile, e 500mila euro per la famiglia Regeni.

Per ottenere il pagamento sarà l'Avvocatura dello Stato a dover presentare una richiesta alle autorità egiziane, dal momento che i tre condannati risultano irreperibili da anni. Le motivazioni della sentenza sono attese entro novanta giorni, ma le difese degli ufficiali egiziani hanno già annunciato l'intenzione di ricorrere in Appello, contestando anche le norme introdotte dalla riforma Cartabia sulla possibilità per gli avvocati di imputati assenti di proporre impugnazione senza una procura speciale firmata dagli stessi.

Le polemiche politiche

Le dichiarazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che aveva sottolineato come la sentenza riguardasse «tre persone, non l'Egitto», hanno provocato dure reazioni dalle opposizioni. La segretaria del Pd Elly Schlein ha definito le parole di Tajani «gravissime», sostenendo che il governo dimostri «di non aver capito la sentenza» e chiedendo un'iniziativa diplomatica immediata per far eseguire il verdetto. «C'è una parte che è immediatamente esecutiva, la si faccia rispettare», ha aggiunto Schlein, riferendosi alle provvisionali disposte dai giudici.

Critiche sono arrivate anche da Avs, Movimento 5 Stelle e +Europa, con Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli che hanno chiesto le dimissioni del ministro. Tajani ha replicato dichiarandosi «stupito dalle polemiche» e rivendicando la linea della discrezione: «Vale più l'azione diplomatica che il clamore», ha detto, precisando che il governo non ha «mai mollato» nell'insistere con le autorità egiziane per accertare la verità.

Il caso Nessy Guerra e i rapporti con il Cairo

Sullo sfondo della vicenda giudiziaria resta aperto il dossier di Nessy Guerra, la donna di 27 anni di Sanremo bloccata in Egitto con la figlia di quattro anni e condannata per adulterio. Il ministro Tajani ha citato esplicitamente il suo caso per spiegare le ragioni della cautela nelle relazioni con il Cairo, ricordando che con «la stessa attività diplomatica silenziosa» il governo è riuscito a riportare in Italia Patrick Zaki.

La premier Giorgia Meloni, da Praga, ha ribadito che l'esecutivo è «assolutamente determinato» a cercare la verità, ma ha avvertito che «chiudendo quei canali» con l'Egitto il rischio è di «allontanarci dagli obiettivi». Palazzo Chigi ha inoltre smentito categoricamente le notizie diffuse da alcuni media egiziani su presunti contatti ad alto livello tra Roma e Il Cairo prima della sentenza, precisando che l'ultimo colloquio tra Meloni e il presidente Abdel Fattah al-Sisi risale al 23 luglio, in occasione della festa nazionale egiziana.

Fonti diplomatiche egiziane citate dalla stampa araba hanno intanto assicurato che il Cairo non intende impugnare la sentenza, non essendoci stata «alcuna interazione ufficiale egiziana con il processo sin dal suo inizio».

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