Regeni, tre 007 egiziani condannati a dieci anni per sequestro: assolto il generale Sabir
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Redazione Interno
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La Prima Corte d'Assise di Roma ha emesso la sentenza al termine di una camera di consiglio durata oltre otto ore. Tre uomini dei servizi di sicurezza egiziani sono stati condannati a dieci anni di reclusione per il sequestro di Giulio Regeni, il ricercatore friulano rapito al Cairo il 25 gennaio del 2016 e ritrovato senza vita dieci giorni più tardi lungo l'autostrada che collega la capitale egiziana ad Alessandria.
La Corte ha riconosciuto la responsabilità dei tre imputati per il reato di sequestro di persona, facendo però cadere l'accusa di omicidio che era stata contestata dalla Procura di Roma al maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.
Le posizioni dei giudici e le richieste della procura
I condannati sono il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim. Il generale Tariq Sabir è stato invece assolto da tutte le accuse. La sentenza arriva al termine di un processo celebrato in contumacia, dal momento che le autorità egiziane non hanno mai trasmesso alla magistratura italiana gli indirizzi di domicilio degli imputati, rendendo impossibile la notifica degli atti.
La Procura capitolina, rappresentata in aula dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco e dal procuratore capo Francesco Lo Voi, aveva chiesto l'ergastolo per Sharif, ritenuto l'esecutore materiale del sequestro, e diciassette anni e sei mesi di reclusione per gli altri tre imputati.
Le reazioni della famiglia e dei legali
I genitori di Giulio, Paola Deffendi e Claudio Regeni, presenti in aula insieme alla figlia Irene e all'avvocata Alessandra Ballerini, hanno commentato il verdetto con poche parole: «Siamo soddisfatti». La legale della famiglia ha sottolineato come l'impianto probatorio sostenuto dalla Procura abbia superato il vaglio della Corte, aggiungendo che ora anche il governo italiano deve prendere atto della sentenza e reclamare il risarcimento stabilito.
La Corte ha infatti disposto provvisionali immediatamente esecutive per un totale di 650 mila euro: 200 mila euro ciascuno a Paola Deffendi e Claudio Regeni, 100 mila euro alla sorella Irene e 150 mila euro alla Presidenza del Consiglio dei ministri. I tre condannati dovranno inoltre risarcire i danni patrimoniali e non patrimoniali in separato giudizio civile.
Le richieste delle opposizioni e la posizione del governo
La sentenza ha avuto immediate ripercussioni sul piano politico. Le opposizioni unite, con il Partito Democratico, il Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Azione, hanno chiesto un'informativa urgente al ministro degli Esteri Antonio Tajani per conoscere quali saranno le prossime mosse dell'esecutivo nei confronti del Cairo. La segretaria del Pd Elly Schlein ha definito il verdetto «una sentenza storica», sostenendo che da oggi «nessuno potrà mai più negare le responsabilità del regime egiziano».
Il ministro Tajani, interpellato dai giornalisti a margine di un evento a Milano, ha replicato che la sentenza è di primo grado e che «non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone». Il capo della Farnesina ha poi aggiunto che la giustizia farà il suo corso nei successivi gradi di giudizio.
Il contesto della vicenda giudiziaria
Giulio Regeni, dottorando ventottenne dell'Università di Cambridge, si trovava in Egitto per condurre una ricerca sui sindacati indipendenti, un tema particolarmente sensibile per le autorità locali. Scomparve il giorno del quinto anniversario delle proteste di Piazza Tahrir. Il suo corpo, con evidenti segni di tortura, fu ritrovato il 3 febbraio 2016 in un fosso ai margini della strada. Il processo si è tenuto nonostante la mancata collaborazione delle autorità egiziane, che hanno sempre negato il coinvolgimento dei propri apparati nella vicenda.
La sentenza di primo grado non è definitiva: le motivazioni saranno depositate entro novanta giorni e i tre condannati potranno presentare ricorso in appello.
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