Caso Regeni, condannati tre 007 egiziani: sequestro sì, omicidio no
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La prima Corte d'Assise di Roma ha emesso la sentenza di primo grado nel processo per la morte di Giulio Regeni, il ricercatore friulano rapito, torturato e ucciso al Cairo nel 2016. Dopo otto ore di camera di consiglio, i giudici hanno condannato a dieci anni di reclusione tre dei quattro agenti dei servizi segreti egiziani imputati, riconoscendoli colpevoli del sequestro di persona ma facendo cadere l'accusa di omicidio.
I condannati sono i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, per il quale la procura aveva chiesto l'ergastolo. Il generale Tariq Sabir è stato invece assolto da tutte le accuse. La Corte ha disposto pene accessorie come l'interdizione perpetua dai pubblici uffici e risarcimenti provvisionali: 200mila euro a testa per i genitori di Giulio, 100mila euro per la sorella Irene e 150mila euro alla Presidenza del Consiglio dei ministri, che si era costituita parte civile.
Le motivazioni della sentenza e il «muro di omertà»
Secondo i giudici, Regeni venne prelevato dagli apparati egiziani il 25 gennaio 2016 e portato in una struttura nella disponibilità dei servizi segreti. Su come sia avvenuta la morte, tuttavia, l'Assise ha ritenuto che gli elementi raccolti non fossero sufficienti per condannare gli imputati individuati. Il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, titolare del fascicolo fin dall'inizio, ha parlato di «sentenza storica» che conferma la ricostruzione della procura, spiegando che la caduta dell'accusa di omicidio è dovuta «al muro di omertà dell'Egitto».
Il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi ha sottolineato che «la parte sostanziale dell'impianto accusatorio ha retto» nonostante «una collaborazione non proficua da parte delle autorità egiziane».
Le reazioni della famiglia e il nodo dei rapporti con il Cairo
L'avvocata Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, ha letto una dichiarazione a nome dei genitori Paola Deffendi e Claudio Regeni e della sorella Irene. «Ora anche il nostro governo dovrà prenderne atto, reclamare il risarcimento del danno come richiesto dall'Avvocatura di Stato e rompere i rapporti con un Paese che lungi dall'essere sicuro, tortura, uccide anche i cittadini degli Stati cosiddetti amici», ha affermato. La legale ha aggiunto che «la nostra fede nella giustizia è stata ben riposta» e che «da oggi tutti i cittadini del mondo possono sentirsi più sicuri».
Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha commentato il verdetto sottolineando che «non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone», ricordando che si tratta di una sentenza di primo grado. Parole che hanno acceso le polemiche politiche, con le opposizioni che hanno chiesto un'informativa urgente in Parlamento. La premier Giorgia Meloni, da Praga, ha ribadito la vicinanza del governo alla famiglia Regeni ma ha anche difeso la linea della diplomazia: «Dubito che chiudendo quei canali ci avviciniamo ai nostri obiettivi piuttosto che allontanarci».
Un processo durato dieci anni
Il processo ha affrontato ostacoli significativi nel corso degli anni. Nel luglio 2022 la Corte di Cassazione aveva sospeso il procedimento per l'impossibilità di notificare le accuse agli imputati, tutti irreperibili. Solo nel settembre 2023 la Corte Costituzionale ha autorizzato il processo in contumacia, stabilendo che la mancata notifica non poteva essere un impedimento dal momento che l'Egitto non aveva fornito alcuna assistenza. Le difese dei tre condannati hanno già annunciato l'intenzione di impugnare la sentenza in Appello. Le motivazioni saranno depositate entro novanta giorni.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
