Le parole di Zoff, la scelta di Malagò: Mancini ct e Ranieri dt, il calcio italiano si affida ai veterani

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non è stata solo l’ennesima replica pomeridiana di una vecchia commedia all’italiana, come accade ogni estate con protagonisti tragicomici e maschere grottesche; il film andato in onda in questi giorni sulla nomina del nuovo commissario tecnico della nazionale maschile di calcio è piuttosto uno scontro di potere tra la Federazione italiana gioco calcio e il governo. In palio, a ben guardare, c’è la tenuta, già traballante di suo, dell’autonomia dello sport dalla politica.

Una partita che si gioca su un terreno minato, dove le scelte tecniche finiscono per diventare atti politici e dove il confine tra competenza e fedeltà, tra curriculum e appartenenza, si assottiglia fino a scomparire del tutto. E proprio in questo scenario che la decisione del presidente Figc Giovanni Malagò di affidare la panchina azzurra a Roberto Mancini, con Claudio Ranieri nel ruolo di direttore tecnico e presidente del Club Italia, ha assunto i contorni di un vero e proprio terremoto istituzionale.

Il sospiro di Zoff e la nostalgia di un calcio che non c'è più

Dino Zoff, 84 anni, ex portiere e ct campione del mondo, ha commentato la vicenda con un sospiro che lo ha reso celebre in tante notti di delusioni e qualche gioia. Senza scomporsi, come suo solito, ha emesso una sentenza che pesa come un macigno: «Peggio di così non può andare. Mi auguro che Roberto Mancini e Claudio Ranieri risollevino le sorti del nostro calcio. Tutta l'Italia ha bisogno di tornare a sognare per il pallone».

Le parole del vecchio Dino, filtrate da una nostalgia che si percepisce come uno spiffero sottile ma che non si lascia vedere, tracciano un quadro amaro della situazione attuale. Il suo monito, che riecheggia quasi come un avvertimento, sottolinea come il calcio italiano sia ormai alla ricerca di un'ancora di salvezza dopo anni di risultati deludenti, e come la scelta di due allenatori di lungo corso, entrambi settantenni, possa rappresentare l'estremo tentativo di aggrapparsi a certezze del passato per affrontare un futuro incerto.

La scelta di Malagò e il peso del circolo Aniene

La decisione di Malagò, annunciata ufficialmente in conferenza stampa con una frase che suona quasi come un paradosso ("Nella vita può capitare che delle cose negative ti evitino problemi in futuro"), ha di fatto sancito la vittoria di una certa idea di Italia. Quella dell'Aniene, per intenderci, dove il rinnovamento parte dai settantenni e dove conta più la tessera di un circolo che il curriculum stesso; un Paese, insomma, dove il lavoro, anche quello di allenatore della nazionale, si trova al calcetto settimanale con gli amici.

Ironia della sorte, Malagò ha scelto Mancini definendolo "l'uomo giusto", affiancandogli Ranieri come dt, in una mossa che ribalta ogni logica di programmazione sportiva. Il presidente della Figc, nel suo intervento, ha voluto sottolineare l'importanza di questa scelta di rottura, ma molti osservatori hanno visto in questa nomina il trionfo di una vecchia guardia che, anziché fare spazio ai giovani, si ricompatta attorno ai nomi più noti del panorama calcistico italiano.

Tra politica e pallone: uno scontro che va oltre il campo

La partita, però, resta apertissima e non si gioca solo sul rettangolo verde. La nomina di Mancini e Ranieri rappresenta l'epilogo di una settimana di trattative e pressioni che hanno visto contrapposti la Figc e la Lega di Serie A, con il governo che ha osservato da spettatore interessato, pronto a intervenire se l'equilibrio fosse saltato. I "tiri Mancini" di Malagò, come sono stati definiti con un gioco di parole, hanno fatto infuriare più di un presidente di club, convinto che la scelta del ct dovesse passare attraverso un confronto più ampio e condiviso.

E invece, il vertice della Federazione ha agito in autonomia, rivendicando un potere che molti gli contestano e che rischia di indebolire ulteriormente il già fragile rapporto tra la politica e lo sport. La decisione di affidare il progetto tecnico a due figure così ingombranti e carismatiche, peraltro legate da un'amicizia decennale, è stata letta come un modo per blindare la nazionale contro le ingerenze esterne, ma anche come un gesto di forza che potrebbe rivelarsi controproducente in termini di coesione interna.

Le sfide di un ct che deve ricostruire e convincere

Per Roberto Mancini, che già conosce le pressioni della panchina azzurra, e per Claudio Ranieri, chiamato a svolgere un ruolo più defilato ma altrettanto strategico, la partita più difficile inizia ora. Non si tratta solo di costruire una squadra competitiva in vista dei prossimi impegni internazionali, ma di ricucire lo strappo con un ambiente che appare spaccato, di ritrovare quel senso di appartenenza che sembra essersi smarrito e di rispondere a quelle critiche che vedono in questa nomina il trionfo degli interessi personali su quelli collettivi.

La sfida, insomma, è doppia: tecnica e politica, sportiva e culturale. I due tecnici, con la loro esperienza e il loro carisma, dovranno dimostrare che l'età anagrafica non è un limite ma un valore aggiunto, e che la loro nomina non è solo un ripiego ma l'inizio di un nuovo ciclo. La strada è in salita, e il tempo stringe. Il sogno di Zoff, quello di tornare a riempire gli stadi e a far sognare il Paese, è il traguardo ultimo. Ma per raggiungerlo, bisognerà prima superare gli ostacoli di un sistema che, a guardarlo bene, sembra essersi dimenticato che il calcio è, prima di tutto, un gioco.

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