Il private capital cresce in Italia, ma il bancocentrismo frena le pmi
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Redazione Economia
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In un contesto economico in cui le piccole e medie imprese rappresentano il motore produttivo del Paese, il private capital – che include private equity, venture capital e private debt – si conferma uno strumento sempre più rilevante, sebbene non ancora sfruttato appieno. Lo dimostrano i dati emersi durante il convegno annuale dell’Aifi, l’Associazione italiana del private equity, venture capital e private debt, tenutosi a Milano in collaborazione con Kpmg. Con 183 soci eterogenei per dimensione e attività, l’associazione ha registrato un’espansione parallela a quella del settore, evidenziando come gli investimenti alternativi al credito bancario stiano acquisendo peso.
«Le imprese italiane, così come il legislatore, restano troppo ancorate al sistema bancario», ha sottolineato Innocenzo Cipolletta, presidente di Aifi, aprendo i lavori. Un concetto ribadito anche da Federico Freni, sottosegretario al Mef, che ha criticato il bancocentrismo, ovvero la tendenza a considerare il debito verso le banche come l’unica opzione per finanziare la crescita. Un approccio che, secondo Freni, ha limitato la visione strategica degli imprenditori, privandoli di opportunità legate ai mercati dei capitali.
Le cifre parlano chiaro: in Italia operano 224 mila pmi con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 250, eppure solo 425 sono quotate in borsa, con una capitalizzazione complessiva di 705 milioni di euro. Numeri esigui se confrontati con le quasi 3 mila aziende presenti nei portafogli di private equity e venture capital. Un divario che, come ha osservato Cipolletta, riflette la necessità di diversificare le fonti di finanziamento, soprattutto in un’epoca in cui la competitività globale impone scelte più dinamiche.
Paolo Gerardini, delegato del presidente di Assolombarda per credito e finanza, ha aggiunto un tassello cruciale: «Il ritardo rispetto a economie come Stati Uniti e Cina dipende anche dall’accesso ai capitali. Quelli privati esistono, ma spesso rimangono inattivi o fluiscono verso competitor stranieri». Una situazione che richiederebbe, secondo Gerardini, un maggiore coordinamento a livello europeo per sbloccare risorse e indirizzarle verso il tessuto produttivo italiano.




