Italia, una potenza scientifica ma le Pmi restano al palo della rivoluzione digitale

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ECONOMIA

Redazione Economia Redazione Economia   -   È una fotografia a tinte fortemente contrastate quella che restituisce il posizionamento globale dell’Italia, capace di eccellere nella ricerca accademica e nella produzione industriale ma che, forse per una sorta di conservatorismo strutturale, fatica a tradurre queste potenzialità in un tessuto imprenditoriale realmente digitalizzato. sky +3

Il paradosso, evidente agli osservatori del settore, vede un Paese che si distingue per l’efficacia del proprio ecosistema innovativo—basti pensare al sesto posto mondiale per l’export manifatturiero e per i servizi di R&S—ma che inciampa ripetutamente sulle barriere all’adozione delle tecnologie 4.0, specialmente tra quelle piccole e medie imprese che rappresentano, come noto, la spina dorsale della nostra economia. sky +3

L’analisi condotta da TEHA Group per il Global Innosystem Index 2026 rivela una nazione ferma al 31° posto nella classifica generale, un dato che non migliora e che testimonia una sostanziale staticità, mentre concorrenti come Singapore o Israele volano grazie a strategie mirate sul capitale umano. huffingtonpost +3

Il paradosso delle eccellenze isolate

Se si osservano i singoli comparti, l’Italia vanta primati invidiabili che molti partner europei ci invidiano: la qualità della ricerca scientifica è al sesto posto nel mondo, lo stesso piazzamento ottenuto per l’equilibrio della bilancia commerciale dei servizi legati alla ricerca, un settore che genera un surplus di oltre 3,7 miliardi di dollari. lastampa +3

A ciò si aggiunge un’infrastruttura tecnologica di nicchia ma strategica come quella dei supercomputer, collocata al settimo posto globale, una potenza di calcolo (HPC) che è il carburante fondamentale per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e della data science avanzata. huffingtonpost +3

Eppure, questa avanguardia cozza violentemente con la realtà quotidiana delle nostre fabbriche e dei nostri uffici; mentre i centri di ricerca producono pubblicazioni e brevetti di altissimo livello, le aziende di minori dimensioni mostrano una domanda di innovazione debole, spesso limitata all’acquisto di beni strumentali senza una vera integrazione nei processi produttivi. sky +3

Il capitale umano è l’anello debole

A frenare questa transizione non è solo la cronica carenza di risorse economiche—gli investimenti privati in R&S si fermano infatti allo 0,79% del PIL—ma soprattutto una crisi profonda del capitale umano, quel bacino di competenze STEM senza il quale qualsiasi macchinario connesso risulta sostanzialmente inutile. lastampa +3

Con un tasso di laureati tra i 25 e i 34 anni che si attesta appena sopra il 31%, a fronte del 70% della Corea del Sud, il nostro Paese sconta un ritardo formativo che si riflette nella difficoltà delle Pmi di reperire figure tecniche qualificate per gestire la transizione digitale. borsaitaliana +3

Corrado Panzeri, Partner di TEHA Group, ha recentemente sottolineato come la spesa pubblica per l’istruzione, ferma al 4,07% del PIL, sia drammaticamente lontana dai parametri dei paesi leader (la Svezia investe il 7,3%), una condizione che limita la formazione di quella “massa critica” di talenti necessaria a rendere competitive le filiere industriali. lastampa +3

La lentezza nell’adozione quotidiana

Nonostante la disponibilità di fondi ingenti—il solo Piano Italia Digitale 2026 ha mobilitato risorse per oltre 13 miliardi di euro per infrastrutture e digitalizzazione della PA—il trasferimento tecnologico verso le micro-realtà resta lento e irregolare.

L’entusiasmo per l’intelligenza artificiale generativa, ad esempio, viene spesso disatteso dai fatti: se il 71% delle grandi aziende ha avviato progetti concreti in questo campo, solo il 7% delle piccole imprese ha fatto altrettanto, una distanza che rischia di polarizzare ulteriormente il mercato. borsaitaliana +3

Persino l’interesse dichiarato per l’AI, che coinvolge il 62% delle imprese, fatica a tradursi in investimenti reali, con un 32% delle aziende che ancora non riesce a stabilire un nesso chiaro tra l’uso dell’algoritmo e un effettivo miglioramento della produttività o della redditività. borsaitaliana +3

Insomma, l’eccellenza della ricerca si configura sempre più come un’isola felice, circondata da un arcipelago di Pmi che, prive di una governance digitale strutturata (solo il 42% delle aziende ha una figura preposta a guidare l’innovazione), rischiano di essere escluse dalle dinamiche di mercato più avanzate. lastampa +3

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