La finanza alternativa riparte e guarda alle pmi, ma i rischi restano in agguato
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Redazione Economia
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Dopo un biennio segnato dalle tensioni geopolitiche e dalle incertezze macroeconomiche, che ne avevano frenato la corsa, la finanza alternativa in Italia mostra chiari segnali di ripresa, riconfermandosi una leva cruciale per il tessuto produttivo nazionale, composto in larga parte da piccole e medie imprese. A delineare questo quadro, che emerge con una nitidezza inedita, è uno studio del Politecnico di Milano presentato nel corso del Finance Day Italia 2025, un’iniziativa organizzata da Innexta insieme a Unioncamere e alla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Il settore, esploso in precedenza quando il credito bancario divenne più costoso o difficile da ottenere, sta dunque riguadagnando terreno, offrendo soluzioni che, pur non essendo prive di ombre, si configurano come un complemento sempre più strutturale al sistema creditizio tradizionale.
Il private debt come risposta alla crisi del credito
Il mercato del finanziamento alle imprese, del resto, ha vissuto una trasformazione profonda negli ultimi anni, un processo accelerato da tensioni sui bilanci degli istituti di credito, da una loro maggiore cautela nell’erogazione e dall’aumento generalizzato del costo del capitale. In questo contesto, caratterizzato da una domanda di liquidità che fatica a trovare risposte immediate nei canali classici, un ruolo di primo piano viene assunto da operatori specializzati in private credit e special situations. Si tratta di soggetti non bancari, i quali, raccogliendo risorse da investitori istituzionali, le canalizzano con una flessibilità e una rapidità operative spesso superiori a quelle delle banche verso aziende in difficoltà, purché dotate di prospettive di recupero ritenute credibili. Questi player, insomma, colmano un vuoto lasciato dagli intermediari tradizionali, proponendosi come un argine, seppure a costi differenti, al rischio di strozzature finanziarie per le imprese.
L'ombra del caso Renovo e i pericoli del non-bank
La crescita di questo comparto, tuttavia, non si svolge su un percorso privo di insidie, come ha drammaticamente ricordato il recente crac della società statunitense Renovo, specializzata in ristrutturazioni edilizie. Il suo fallimento, giunto repentino alla fine di ottobre, ha colto di sorpresa molti investitori, i quali avevano finanziato l’azienda con circa centocinquanta milioni di dollari tramite canali di private credit. Fino a poche settimane prima del tracollo, quei prestiti venivano valutati alla pari, in un clima di apparente serenità che si è dissolto da un giorno all’altro, lasciando scoperti i finanziatori e sollevando interrogativi stringenti sui meccanismi di valutazione del rischio e di due diligence adottati in questo mercato alternativo. L’episodio, trattato con il necessario rispetto per le parti coinvolte, suona come un monito, evidenziando come la velocità e la flessibilità dell’offerta non debbano mai prescindere da un’attenta analisi della solidità sottostante e della sostenibilità del debito.
Una leva per gli investitori in cerca di diversificazione
Proprio per la sua natura, il private credit si propone anche come uno strumento utile alla diversificazione dei portafogli finanziari, soprattutto in una fase di volatilità dei mercati azionari e obbligazionari. L’integrazione di questa asset class alternativa, infatti, può contribuire a costruire un investimento più solido ed equilibrato, potenzialmente in grado di generare rendimenti non strettamente correlati all’andamento delle borse. Alcuni promotori finanziari, cogliendo questa tendenza, hanno iniziato a strutturare offerte dedicate, presentandole come un’opportunità per accrescere la robustezza del proprio capitale nel medio-lungo periodo, sebbene, come dimostrato, i rischi connessi a prestiti erogati al di fuori del circuito bancario vigilato rimangano una variabile da non sottovalutare e da ponderare con estrema attenzione.




