L’intrusione informatica al Viminale, i dati di cinquemila agenti della Digos finiti a Pechino

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Roma – Una falla nei sistemi informatici del ministero dell’Interno, e il rischio concreto che le identità, gli incarichi e persino le sedi operative di cinquemila agenti della Polizia di Stato siano ora nelle mani di hacker riconducibili alla Repubblica Popolare Cinese. L’attacco, emerso nel corso di verifiche interne sulla sicurezza delle reti, avrebbe consentito l’accesso e il successivo download di un dossier particolarmente sensibile, contenente i profili degli investigatori impiegati nei settori considerati strategici per l’intelligence di Pechino. Tra questi, non solo gli uomini e le donne dell’antiterrorismo e quelli addetti al monitoraggio delle collettività straniere sul territorio, ma in special modo gli agenti coinvolti nel tracciamento dei dissidenti cinesi che hanno trovato rifugio in Italia. Una breccia, questa, che apre scenari di controspionaggio di inaudita gravità, esponendo a potenziali ritorsioni o attività di interferenza il personale impiegato proprio nel contenimento delle mire espansive del Partito unico cinese all’estero.

L’intrusione informatica, stando a una prima ricostruzione degli accertamenti condotti dalla procura e dagli investigatori specializzati, sarebbe avvenuta tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025, approfittando probabilmente di una vulnerabilità nei protocolli di accesso o di un errore umano che avrebbe permesso agli hacker di superare le barriere digitali del Viminale. Una volta all’interno della rete, gli attaccanti hanno agito con una precisione chirurgica, non interessati a compiere atti di sabotaggio o a danneggiare le infrastrutture, ma concentrati esclusivamente sull’esfiltrazione di informazioni. E quale informazione poteva essere più preziosa, per i servizi di sicurezza cinesi, di una lista dettagliata – comprensiva di nomi, ruoli e dislocazione geografica – degli agenti che, per mestiere, incrociano i loro movimenti?

Parallelamente alla scoperta di questa maxi-fuga di dati, che ha messo in allarme i vertici della Polizia e costretto a una riorganizzazione urgente delle misure di protezione per il personale esposto, l’attività sul campo non si è mai fermata. Un esempio concreto dell’azione di contrasto portata avanti dagli stessi agenti – quelli la cui identità è stata trafugata, o i loro colleghi di altri reparti – arriva da Sora, in provincia di Frosinone. Qui, gli operatori del locale Commissariato, insieme alla Squadra Mobile, hanno fermato quattro cittadini stranieri sospettati di una serie di reati predatori.

L’attività di contrasto sul territorio e l’ombra della violazione dei dati personali

L’operazione nella città volsca, coordinata dal dirigente Angelo Longo, rappresenta la quotidianità del lavoro della Digos e della Squadra Mobile, gli stessi uffici i cui organici sono finiti nel mirino dell’attacco informatico. I quattro fermati sono ritenuti responsabili di una serie di furti, scippi e truffe che nelle ultime settimane avevano alimentato il senso di insicurezza tra i residenti. Un’attività di contrasto che, paradossalmente, si intreccia con la notizia della violazione subita dal ministero: gli stessi database utilizzati per incrociare i dati e identificare i sospetti potrebbero essere gli stessi che gli hacker hanno imparato a navigare. Se da un lato la polizia stringe il cerchio attorno a chi delinque in Italia, dall’altro i suoi sistemi più riservati vengono violati dall’estero.

Le informazioni sottratte, un patrimonio sensibile per l’intelligence di Pechino

Nel dettaglio, il tesoro informativo trafugato non si limita ai semplici nominativi. Gli hacker avrebbero avuto accesso a un vero e proprio organigramma delle forze specializzate, con particolare riferimento agli agenti della Digos. Conoscere l’identità e la sede di servizio di chi si occupa di tracciare i dissidenti cinesi, o di monitorare le comunità straniere potenzialmente vicine a movimenti di opposizione al regime, significa per i servizi di Pechino poter neutralizzare preventivamente qualsiasi attività che possa danneggiare gli interessi nazionali cinesi all’estero. Significa, di fatto, poter tenere d’occhio chi li tiene d’occhio, ribaltando il rapporto di forza nella delicata partita del controspionaggio.

Le implicazioni per la sicurezza nazionale e il ruolo della presidenza Trump

L’accaduto, che ha già provocato una riunione del Comitato per la sicurezza della Repubblica, assume contorni ancora più preoccupanti se inserito nel nuovo contesto geopolitico segnato dal ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti. L’Italia si trova così al centro di un potenziale conflitto ibrido: da una parte l’alleato storico americano, con cui condivide informazioni sensibili; dall’altra la Cina, che con questa operazione dimostra di poter colpire in profondità le strutture di sicurezza di un paese europeo, acquisendo un vantaggio informativo non indifferente. L’intrusione non ha provocato danni fisici o interruzioni di servizio, ma il solo possesso di quelle informazioni rappresenta una minaccia persistente e silenziosa per gli agenti coinvolti e per le operazioni a cui erano preposti.

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