Milano, arrestato per furto di moto Fares Bouzidi, il guidatore dello scooter della morte di Ramy
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Redazione Interno
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Un gesto sospetto, osservato nel cuore della notte da alcuni residenti attenti, ha riportato sotto i riflettori della cronaca un nome già noto per una vicenda tragica che sconvolse la città. Due giovani, infatti, sono stati sorpresi mentre spingevano faticosamente una moto di grossa cilindrata in via Pirandello, nella zona di Citylife, attirando l'attenzione di chi, dalle finestre, ha deciso di allertare immediatamente le forze dell'ordine. L'intervento delle volanti, tempestivo, ha portato all'arresto di due uomini: un ventunenne milanese e, soprattutto, Fares Bouzidi, ventitreenne originario della Tunisia e residente a Vizzolo Predabissi. Per quest'ultimo, l'accusa è di furto aggravato, relativo al tentativo di sottrazione di una motocicletta del valore di quindicimila euro che era parcheggiata in strada. L'episodio, di per sé già grave, acquista un peso narrativo diverso se si considera la storia recente di uno dei due arrestati.
Il legame con una vicenda precedente
Fares Bouzidi, che è stato fermato senza patente di guida, era alla guida dello scooter Yamaha Tmax la notte del 24 novembre 2024, quando il mezzo, con a bordo anche il diciannovenne Ramy Elgaml, si diede alla fuga dopo un tentativo di controllo da parte dei carabinieri del Nucleo operativo radiomobile. L'inseguimento, che si snodò per diversi chilometri nell'area di Corvetto, si concluse con uno schianto dalle conseguenze fatali per il giovane passeggero. Le indagini su quell'incidente, che aveva sollevato non poche polemiche, si erano formalmente chiuse lo scorso dicembre, definendo i contorni giudiziari di quella serata. L'arresto di Bouzidi per un reato di natura completamente diversa – un furto tentato a Milano – riapre, in un certo senso, i riflettori su una figura che era rimasta in secondo piano rispetto alla tragedia occorsa, mostrandone un profilo penalmente rilevante anche in un contesto del tutto separato.
Le dinamiche dell'ultimo arresto
I fatti di via Pirandello, stando a quanto ricostruito, non hanno lasciato spazio a molte interpretazioni: i due sono stati colti in flagranza mentre tentavano di impossessarsi del veicolo, un'azione goffa che ha reso inevitabile l'intervento delle pattuglie giunte sul posto poco dopo la chiamata al 112. Il tentativo, maldestro e fallito, si è dunque trasformato in una denuncia immediata e in un fermo che ha condotto al carcere. La moto, di valore consistente, era l'obiettivo chiaro di un'azione criminosa che non ha avuto il tempo di consumarsi, bloccata sul nascere dalla vigilanza dei cittadini e dalla prontezza della polizia. Una circostanza che, se da un lato ha impedito il perfezionamento del reato, dall'altro ha consentito di trarre in arresto persone già gravate da storie personali intricate con la giustizia.
Il quadro che si delinea
Quello che emerge, al di là del singolo episodio delittuoso, è un percorso biografico segnato da più eventi critici in un arco di tempo relativamente breve. La guida senza patente durante l'inseguimento mortale di novembre, e ora l'accusa per un furto aggravato ai danni di un bene di lusso, disegnano un profilo che le autorità giudiziarie dovranno necessariamente valutare nel suo complesso. L'attenzione, in questa fase, rimane concentrata sugli aspetti fattuali e procedurali dell'ultimo arresto, senza che ciò possa influenzare, per ovvie ragioni di separazione dei procedimenti, le indagini già concluse riguardanti la morte di Ramy Elgaml. I due filoni giudiziari corrono su binari paralleli, sebbene facenti capo alla stessa persona, contribuendo a scrivere un capitolo di cronaca nera milanese i cui sviluppi, esclusivamente legali, continuano a susseguirsi.




