«Processo mozzo, è mancata la parte politica». Rigopiano, tre condanne e cinque assoluzioni nell’appello bis: i giudici riconoscono l’inerzia della Regione

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La quarta sentenza, dopo quasi un decennio di aule giudiziarie e undici sopravvissuti che quel 18 gennaio 2017 vennero estratti dalle macerie dell’hotel travolto da centoventimila tonnellate di neve e frane, ha nuovamente ridisegnato il perimetro delle responsabilità penali per la strage di Farindola. La Corte d’Appello di Perugia, presidente Paolo Micheli, ha impiegato otto ore di camera di consiglio per depositare il dispositivo dell’appello bis: tre condanne e cinque assoluzioni, oltre a due posizioni coperte dalla prescrizione. A finire nel registro dei puniti sono stati Carlo Visca, Pierluigi Caputi e Vincenzo Antenucci — ex dirigenti del servizio Protezione civile della Regione Abruzzo — ai quali i giudici hanno riconosciuto il reato di disastro colposo, infliggendo la pena di due anni ciascuno. Assolti, invece, l’ex sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, il tecnico comunale Enrico Colangeli e tre altri funzionari regionali, Carlo Giovani, Sabatino Belmaggio ed Emidio Primavera. Per gli ex dirigenti della Provincia di Pescara, Mauro Di Blasio e Paolo D’Incecco, il reato di omicidio colposo è invece già caduto in prescrizione.

Non appena la lettura del dispositivo è terminata, l’aula del tribunale umbro si è trasformata in un teatro di tensioni e contrasti emotivi. Mentre Cristiana Valentini, legale del primo cittadino assolto Lacchetta, scoppiava in un pianto liberatorio tra i banchi della difesa, dai parenti delle vittime si sono levate parole di rabbia e dolore. «Mio figlio è morto e il sindaco non paga nulla», ha gridato la madre di Stefano Feniello, il ventottenne rimasto ucciso sotto le macerie; e ancora, rivolgendosi proprio alla difesa in lacrime: «Mio figlio lo piango io, non voi». Una frattura, quella tra l’umano bisogno di giustizia e la fredda applicazione delle norme, che nessuna camera di consiglio sembra in grado di ricucire. Paola Ferretti, madre di Emanuele Bonifazi, il trentunenne receptionist di Pioraco morto sul lavoro quella sera, ha parlato di «processo mozzo»: per lei, e per molti degli altri familiari, l’assenza di una parte politica tra gli scranni degli imputati ha reso il giudizio parziale, amputato di quelle leve di governo che avrebbero avuto non solo il potere ma anche il dovere di predisporre piani e prevenire la catastrofe.

Il procuratore generale Paolo Barlucchi, ascoltato a sentenza emessa, ha definito il verdetto «per certi aspetti storico». Per la prima volta, ha sottolineato, un collegio giudicante ha sancito che l’inerzia della pubblica amministrazione può assumere una rilevanza penale diretta, fino a configurare il disastro colposo. Barlucchi, che aveva chiesto pene fino a tre anni e dieci mesi per cinque dirigenti regionali, non ha nascosto il rammarico per l’allungamento dei tempi processuali che ha consentito ad alcune posizioni di scivolare nella prescrizione; nondimeno, la condanna dei tre funzionari segna uno spartiacque giurisprudenziale. Si tratta di un principio che, se confermato nei successivi gradi di giudizio, potrebbe ridefinire i confini della responsabilità omissiva degli apparati burocratici.

L’inerzia della burocrazia e il costo della mancata prevenzione

Nove anni e ventiquattro giorni dopo quella valanga staccatasi dal Monte Siella, dopo le quattro scosse di terremoto di magnitudo superiore a cinque che quel pomeriggio avevano già fatto tremare il centro Italia, la macchina della giustizia ha dunque certificato che la Carta della pericolosità valanghe — un documento obbligatorio, mai redatto dalla Regione Abruzzo — non era soltanto una dimenticanza amministrativa. Era il sintomo di una paralisi decisionale che ha lasciato l’hotel Rigopiano e i suoi quaranta occupanti in balia di un evento prevedibile e, secondo l’accusa, prevenibile. L’avvocato Massimiliano Gabrielli, legale di alcune famiglie delle vittime, ha ricordato come l’impugnazione della sentenza di Pescara fosse stata motivata proprio dalla volontà di coinvolgere la governance regionale: un obiettivo oggi raggiunto, seppur parzialmente. Dell’inerzia ha pagato il prezzo soltanto lo strato intermedio della dirigenza; la politica, ancora una volta, è rimasta ai margini del dibattito processuale.

Il lungo iter tra Pescara, L’Aquila, Cassazione e Perugia

La sentenza di Perugia rappresenta soltanto l’ultima tappa di un cammino giudiziario frammentato e carsico. Il primo grado, celebrato a Pescara nel febbraio 2023, si era chiuso con venticinque assoluzioni e appena cinque condanne, tra le quali spiccavano quelle per l’ex sindaco Lacchetta e per i due tecnici della Provincia. Un verdetto largamente insoddisfacente per le parti civili, che avevano visto escludere quasi interamente il livello regionale. Un anno più tardi, la Corte d’Appello dell’Aquila aveva parzialmente corretto il tiro, aggiungendo le condanne per l’ex prefetto Francesco Provolo e il suo capo di gabinetto, oltre a quella per il tecnico Colangeli. Ma è stato il dicembre 2024 a rivoluzionare il quadro: la Cassazione, pur rendendo definitive alcune condanne minori — tra cui quella per il defunto gestore Bruno Di Tommaso e per il geometra Giuseppe Gatto — ha annullato con rinvio le posizioni dei dirigenti regionali, imponendo un nuovo processo di secondo grado. Un verdetto che ha imposto ai giudici perugini di ripartire da capo, valutando ex novo se e quanto la catena di comando della Protezione civile abruzzese fosse consapevole del pericolo.

Il riconoscimento parziale della responsabilità amministrativa

L’assoluzione dell’ex sindaco Lacchetta, già condannato in primo e secondo grado, rappresenta il ribaltamento più significativo. La sua scelta di rinunciare alla prescrizione — un atto formalmente rischioso, che gli ha consentito di ottenere una piena declaratoria di innocenza — è stata evidentemente premiata dai giudici. Accanto a lui, sono cadute anche le imputazioni per Belmaggio, Giovani e Primavera, figure apicali della Regione che l’accusa riteneva corresponsabili dell’omessa pianificazione. La Corte ha invece operato una cesura netta, distinguendo tra chi aveva un obbligo specifico di redigere gli strumenti di prevenzione — i tre condannati — e chi, pur ricoprendo ruoli di supervisione, non era direttamente incaricato dell’esecuzione materiale di quegli adempimenti. Una distinzione che i familiari delle vittime faticano ad accettare, come testimoniato dalle grida e dalle proteste che hanno accompagnato l’uscita dall’aula. E mentre il collegio si appresta a depositare le motivazioni, l’ombra di un ulteriore ricorso in Cassazione si allunga già su questo ennesimo verdetto.

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