Un premio per uno scatto che sembra un gioco, e la grande mostra della natura arriva al Forte di Bard

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   È una lince iberica, Lynx pardinus, a contendersi il centro della scena con quel roditore che tiene tra le zampe e che, un istante dopo, sarà la sua preda. A fotografarla, l’austriaco Josef Stefan, che per questo scatto intitolato “Flying Rodent” si è aggiudicato il People’s Choice Award 2026 del Wildlife Photographer of the Year, concorso che, come da tradizione, rappresenta un punto di riferimento imprescindibile per la fotografia naturalistica a livello globale. A decretarne la vittoria – una vittoria che, nella sua sostanza, premia la capacità di cogliere un attimo di cruda leggerezza, quasi un’illusione ludica nel momento stesso del sopruso – sono stati 85.917 voti espressi dal pubblico, chiamato a scegliere tra oltre sessantamila immagini provenienti da più di cento Paesi. Un numero, quest’ultimo, che restituisce la portata di un concorso giunto ormai alla sua sessantunesima edizione e che, anno dopo anno, continua a dimostrare come il confine tra documentazione scientifica e arte visiva sia destinato a rimanere volutamente labile.

Il valore del premio del pubblico, tra numeri e scelte editoriali

Il riconoscimento assegnato dal pubblico, va detto, non è soltanto un’aggiunta al palmarès ufficiale, ma costituisce di fatto un termometro preciso di ciò che, nell’immaginario collettivo, riesce a bilanciare l’eccezionalità del comportamento animale con la perfezione tecnica dello scatto. Josef Stefan, con la sua immagine, è riuscito a intercettare questo equilibrio: la lince, specie un tempo a rischio critico e oggi simbolo di un recupero che ha richiesto decenni di programmi di conservazione nella penisola iberica, viene mostrata in un frangente di ordinaria ferocia che, per un curioso scherzo prospettico o per l’attimo congelato dall’otturatore, assume i tratti di un gioco. Una dimensione, questa, che il pubblico ha premiato in maniera netta, superando la concorrenza di altre sessanta immagini finaliste selezionate dalla giuria scientifica del Natural History Museum di Londra, che del concorso è l’ente promotore storico.

Da Milano alle Alpi, il percorso espositivo del Wildlife Photographer of the Year

Dopo il passaggio milanese, che ha registrato numeri di affluenza significativi confermando l’interesse del pubblico italiano per la fotografia naturalistica, la grande mostra itinerante si appresta ora a cambiare scenario. Sarà infatti il Forte di Bard, in Valle d’Aosta, a ospitare le immagini più iconiche della sessantunesima edizione. L’esposizione, che aprirà i battenti il 21 marzo per proseguire fino al 12 luglio 2026, rappresenta un appuntamento atteso non solo per la qualità dei lavori in mostra, ma anche per la suggestione del luogo: il forte, arroccato su uno sperone roccioso all’imbocco della valle, offre un contraltare architettonico e storico che raramente si incontra in questo tipo di rassegne. Gli orari di visita prevedono l’apertura dal martedì al venerdì con orario continuato dalle 10 alle 18, mentre nel fine settimana e nei giorni festivi la chiusura è posticipata alle 19. Il lunedì, invece, la struttura resterà chiusa.

Un’edizione che premia anche i giovani talenti, tra i Monti Lepini e l’Austria

Nella galleria dei vincitori dell’edizione 2025 – che il concorso ha anticipato in vista dell’esposizione di Bard – un posto di rilievo spetta al giovanissimo italiano Andrea Dominizi, capace di distinguersi con una fotografia realizzata sui Monti Lepini, nel Lazio. Un riconoscimento, il suo, che conferma una tendenza ormai consolidata nelle ultime edizioni del premio: la capacità di intercettare nuovi sguardi, spesso più istintivi e meno accademici, che trovano nel territorio italiano un laboratorio a cielo aperto ancora in gran parte da esplorare. Le immagini in mostra al Forte, tra cui spicca anche la celebre iena bruna firmata dal sudafricano Wim van den Heever – un ritratto che già in passato aveva catalizzato l’attenzione della critica per l’uso drammatico della luce e la resa materica del soggetto – compongono così un racconto corale. Un racconto che, nel passaggio da uno scatto all’altro, intreccia la biodiversità degli ecosistemi più remoti con quella, non meno complessa, dei territori antropizzati, restituendo al visitatore la consapevolezza che la fotografia naturalistica, quando raggiunge certi livelli, smette di essere semplice reportage per diventare strumento di conoscenza.

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