Israele blocca l’ingresso al santo sepolcro per il patriarca Pizzaballa nella domenica delle palme
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Redazione Esteri
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La polizia israeliana, nella mattinata di oggi – domenica 29 marzo 2026, giorno in cui i cristiani di rito latino celebrano l’ingresso di Gesù a Gerusalemme – ha fisicamente impedito al patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, di accedere alla basilica del santo sepolcro. Lo stesso divieto è stato notificato, contestualmente, al custode di terra santa, fra’ Francesco Ielpo, che ricopre anche il ruolo di guardiano ufficiale di quel luogo considerato dalla tradizione cristiano-cattolica come il sito della crocifissione e della risurrezione di Gesù. I due prelati, spiega un comunicato congiunto diffuso dal patriarcato latino e dalla custodia, si stavano recando alla chiesa per celebrare la messa della domenica delle palme, cerimonia che apre idealmente la settimana santa. Eppure, gli agenti israeliani hanno loro sbarrato la strada senza concedere alcuna deroga, nonostante la carica religiosa e il ruolo istituzionale dei due rappresentanti della chiesa cattolica in terra santa.
Un gesto definito “inaccettabile” dalla politica italiana e francese
La reazione diplomatica non si è fatta attendere. Il ministro degli esteri italiano, Antonio Tajani, ha bollato l’accaduto come «inaccettabile», mentre da Parigi il presidente Emmanuel Macron ha espresso «pieno sostegno al cardinale Pizzaballa», chiedendo che venga garantita la libertà di culto. Non solo: anche la presidente del consiglio Giorgia Meloni e il ministro della difesa Guido Crosetto hanno condannato la misura israeliana, allineandosi a una posizione di ferma contestazione. Si tratta, va detto, di una presa di posizione trasversale che unisce diversi esecutori europei senza distinzione di colore politico, segno che l’episodio ha toccato una sensibilità comune legata al diritto di accesso ai luoghi santi.
La versione di Israele: “Motivi di sicurezza, l’avvertimento c’era”
L’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, ha provato a gettare luce sulle ragioni del diniego. «Non volevamo offendere i cristiani – ha dichiarato – ma dobbiamo comprendere che siamo sotto attacchi missilistici». Secondo Peled, tutta Gerusalemme sarebbe soggetta a restrizioni già da un mese, valide indistintamente per cristiani, musulmani ed ebrei. E, aggiunge il diplomatico, il patriarca sarebbe stato preventivamente avvertito di non presentarsi al santo sepolcro; ciononostante, avrebbe agito lo stesso, rendendo così “necessaria” l’azione della polizia. Una giustificazione, quella israeliana, che non ha però placato le polemiche: molti osservatori, pur senza pronunciarsi su scenari futuri, notano come il divieto abbia colpito proprio il vertice della gerarchia cattolica locale nel giorno liturgicamente più simbolico dell’anno.
La preoccupazione che arriva dalle periferie italiane: il caso di Varese
L’eco della vicenda non si è fermata ai palazzi romani o parigini. Persino la comunità cristiana varesina, in un’area geograficamente lontana dal conflitto mediorientale, ha espresso «profonda preoccupazione e dolore» per quanto accaduto. I fedeli di quella diocesi, si legge in una nota locale, hanno appreso con sgomento che l’ingresso al santo sepolcro è stato negato proprio mentre il cardinale e il custode si preparavano a celebrare la solenne liturgia d’inizio della settimana santa. Un sentimento, quello varesino, che riecheggia in molti altri ambienti cattolici italiani, i quali vedono nell’episodio una ferita inferta non tanto a due singoli religiosi, quanto alla possibilità stessa di professare liberamente il proprio culto nel luogo più sacro della cristianità. E mentre il governo israeliano insiste sulla necessità di chiudere l’area per ragioni di protezione missilistica, resta il fatto oggettivo che il patriarca Pizzaballa – che pure è capo della chiesa cattolica in terra santa – non ha potuto varcare quella soglia.




