Zelensky tra due fuochi, l’intervista a Shuster e il pressing di Trump sulle concessioni
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Redazione Esteri
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Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky si trova in queste ore a dover gestire una pressione che arriva da più direzioni, una morsa che stringe tanto sul piano militare, con il fronte che sembra accucciarsi come un animale stanco, quanto su quello politico-diplomatico. In questo scenario di guerra sospesa in un respiro trattenuto, dove i combattimenti non accennano a placarsi – l’ennesima notte di terrore ha visto droni russi colpire Kiev e diverse altre zone, con esplosioni che hanno scosso la capitale -4-9 – è proprio la politica a battere il tempo, più ostinata dei carri armati e a tratti più velenosa dell'artiglieria. A infilarsi in quel punto esatto, dove la strategia si fa sottile e le solitudini del potere si acuiscono, è l’intervista che Zelensky ha concesso a Simon Shuster, il giornalista che già ne aveva scandagliato ambizioni e fragilità nella biografia The Showman. Un confronto, quello con Shuster, che arriva in un momento delicatissimo: mentre Mosca continua a premere sul terreno e l’amministrazione Trump, con il presidente americano tornato alla Casa Bianca, pare intenzionata a imporre una sua visione per chiudere la partita.
È proprio da Washington che arriva il pressing più insistente. L’approccio di Trump, che già in campagna elettorale aveva paventato l’idea di un cessate il fuoco rapido, si sta traducendo in una richiesta sempre più esplicita rivolta a Kiev affinché valuti la possibilità di fare delle concessioni. Una posizione che mette Zelensky in una posizione scomoda, quella di chi si trova tra due fuochi: da un lato la necessità di non apparire come un ostacolo alla pace agli occhi del suo principale alleato, dall’altro l’impossibilità di accettare compromessi che minerebbero la sovranità e la sicurezza futura del paese. Le parole del presidente ucraino, in questo contesto, diventano fondamentali per capire lo spazio di manovra, seppur esiguo, che Kiev tenta di ritagliarsi. Nell’intervista rilasciata a Politico, a margine della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, Zelensky ha ribadito un concetto chiaro: l’Ucraina potrebbe tenere nuove elezioni, ma solo dopo la fine delle ostilità e con garanzie di sicurezza adeguate -8.
Il nodo delle elezioni e la risposta alle pressioni internazionali
La questione del voto, sollevata più volte da Trump che ha accusato Zelensky di aggrapparsi al potere usando la guerra come pretesto per non andare alle urne, è in realtà uno dei tanti fronti su cui si gioca la partita della legittimità. Il presidente ucraino, nel suo intervento, ha voluto essere diretto: se gli Stati Uniti e i partner europei vogliono elezioni rapide, il modo migliore è porre fine al conflitto il prima possibile, creando le condizioni di sicurezza necessarie per permettere a milioni di cittadini, inclusi i soldati al fronte e i rifugiati all’estero, di esprimere il proprio voto senza che questo si trasformi in un bagno di sangue o in una farsa. Una presa di posizione, questa, che sposta la palla nel campo degli alleati, legando indissolubilmente il tema della tenuta democratica interna alla fine della guerra e alla garanzia di una pace stabile.
La difesa della sovranità e il monito all’Europa
Dalla stessa Monaco, Zelensky ha lanciato messaggi inequivocabili anche sul fronte delle garanzie di sicurezza. La sua posizione, ribadita con forza, è che la sicurezza dell’Ucraina e quella dell’Europa sono concetti indivisibili. Una frase che suona come un monito, soprattutto in un momento in cui si rincorrono voci di piani di pace che escluderebbero i diretti interessati. Il presidente ha parlato chiaro: nessuna decisione sull’Ucraina senza l’Ucraina, e nessuna decisione sull’Europa senza l’Europa. Un concetto ripetuto quasi parola per parola, per evitare qualsiasi fraintendimento sul fatto che Kiev non accetterà di essere relegata in un angolo, a guardare mentre altri decidono il suo destino. L’adesione alla Nato, per Zelensky, resta il nucleo centrale di qualsiasi garanzia di sicurezza, l’unica vera linea di demarcazione in grado di tracciare un confine netto tra la guerra e la pace. E in questo quadro, il presidente ha messo in guardia i partner europei: non basta una dozzina di voci diverse, serve un’unica voce, forte e coesa, perché a Trump non piacciono gli amici deboli. Il riferimento al tycoon, che rispetta i punti di forza e con il quale è necessario investire in un dialogo costante, è un passaggio chiave per capire la strategia ucraina: tenere saldo il rapporto con Washington, cercando di influenzarne le decisioni dall’interno -1-6.
Il fattore Shuster e la cronaca di una leadership sotto pressione
A gettare ulteriore luce su questo momento di passaggio contribuisce proprio il lavoro di Simon Shuster. Il giornalista, che ha avuto accesso privilegiato al leader ucraino, dipinge il ritratto di un uomo costretto a navigare in acque sempre più agitate. L’intervista, che si inserisce in un racconto più ampio iniziato con la biografia, mostra uno Zelensky che cerca di mantenere la rotta mentre intorno a lui si infittiscono le voci di piani separati e di pressioni per un cessate il fuoco che potrebbe rivelarsi una trappola. Shuster, nelle sue analisi, suggerisce come l’immagine stessa del presidente stia evolvendo, passando da quella del leader eroico dell’inizio dell’invasione a quella di un attore politico che deve fare i conti con un “finale di partita” che non controlla pienamente -2. Una narrazione che trova conferma nelle parole di Zelensky quando parla di Putin, definendolo prevedibile, e ribadisce la necessità di agire come Europa, non in maniera separata, per raggiungere una pace giusta. La partita, insomma, è ancora apertissima, e si gioca su più tavoli: sul terreno, dove il conflitto prosegue senza tregua; nei palazzi della diplomazia, dove si incrociano pressioni e veti; e nelle stanze del potere, dove un leader cerca di tenere insieme la difesa del suo paese e la necessità di non perdere l’appoggio dell’alleato più potente.




