Zelensky a Monaco: “concessioni solo all’Ucraina, ma l’Europa è assente”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La cornice asettica della Conferenza sulla sicurezza di Monaco, luogo deputato per antonomasia ai dialoghi strategici tra alleati, ha fatto da sfondo a un dissenso che si fa sempre più palpabile, una divergenza di vedute che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky non ha tentato di celare dietro i consueti formalismi diplomatici. Di fronte a una platea di leader e alti funzionari internazionali, e mentre fuori dalla sala il conflitto prosegue la sua logorante routine fatta di artiglieria e trincee, Zelensky ha voluto fotografare con nettezza lo scollamento tra le aspettative di Kiev e la linea politica portata avanti dall’amministrazione Trump. Il nodo, spinoso e non più aggirabile, è quello delle concessioni. L’impressione del leader ucraino, condivisa pubblicamente nel corso dei suoi interventi e nelle interlocuzioni riservate, è che gli Stati Uniti concentrino la loro pressione quasi esclusivamente sull’Ucraina, chiedendo a lei di compiere passi indietro e di accettare compromessi, senza che analoghe richieste vengano rivolte con la stessa veemenza a Mosca -1. È in questo clima di freddezza crescente che si inseriscono i colloqui trilaterali in programma a Ginevra per il 17 e 18 febbraio, appuntamento al quale Kiev si avvicina con la speranza che si possa finalmente imprimere una svolta sostanziale al processo, ma anche con il timore che il tavolo negoziale si trasformi in un’ennesima piattaforma per rivendicazioni unilaterali.
L’asse dei negoziati e il nodo delle garanzie
Mentre le delegazioni di Ucraina, Russia e Stati Uniti si preparano a incontrarsi nella città svizzera, le parole del presidente ucraino riecheggiano con il peso di chi si sente stretto in una morsa. “Gli americani tornano spesso sul tema delle concessioni”, ha dichiarato Zelensky dal palco di Monaco, evidenziando come questo vocabolario venga declinato quasi esclusivamente al singolare, “nel contesto di ciò che l’Ucraina dovrebbe cedere, non la Russia” -2. Un’accusa implicita ma chiara, che getta un’ombra sull’equidistanza del mediatore. A margine della conferenza, il presidente ha incontrato il segretario di Stato americano Marco Rubio, aggiornandolo sulla situazione sul campo, sugli incessanti attacchi che colpiscono le infrastrutture energetiche e sulle conseguenze umanitarie che questi comportano -2. Sono seguiti contatti telefonici con l’inviato Steve Witkoff e con Jared Kushner, a testimonianza di un canale diretto che Kiev cerca di mantenere caldo, nella convinzione che solo un coinvolgimento profondo di Washington possa garantire un esito favorevole. Ma la sostanza dei colloqui, al momento, appare fragile. Zelensky ha rivelato che la proposta americana per le garanzie di sicurezza si attesta su un arco temporale di quindici anni, una prospettiva che Kiev giudica insufficiente: “Noi però vorremmo avere più di 20 anni, 30, 50”, ha spiegato, perché solo orizzonti temporali lunghi possono convincere gli investitori a tornare e dare al paese una prospettiva di stabilità duratura -1.
La pressione di Trump e la questione elettorale
A rendere l’atmosfera ancora più tesa contribuiscono le bordate che arrivano direttamente dagli Stati Uniti. Donald Trump, da parte sua, non ha risparmiato critiche al presidente ucraino, arrivando a definirlo nuovamente un “dittatore” e intimandogli di muoversi con celerità sul fronte negoziale, pena la perdita di una grande opportunità -3-4. Un attacco frontale che ricalca le accuse, rilanciate dallo stesso Trump, secondo cui Zelensky avrebbe evitato di indire le elezioni, un tema quest’ultimo che il leader americano utilizza come leva retorica per mettere in discussione la legittimità dell’interlocutore ucraino. Alla domanda della giornalista Christiane Amanpour se sentisse queste pressioni, la risposta di Zelensky è stata un lapidario “un po’”, condita da quella che i cronisti presenti hanno definito una perfetta pausa comica, un lampo di ironia in un quadro altrimenti cupo -3. Eppure, sulla questione elettorale, il presidente è stato chiaro: “Dateci un cessate il fuoco di due mesi e terremo le elezioni”, ha affermato, respingendo qualsiasi parallelo storico, come quello con Abramo Lincoln durante la guerra civile americana, perché l’Ucraina è un paese sotto i missili, non in una guerra di terra convenzionale -1. Una posizione, questa, che ha scatenato la reazione sdegnata della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, la quale ha bollato le parole di Zelensky come “i deliri di un malato”, alimentando ulteriormente la propaganda del Cremlino -1.
L’assenza europea e i movimenti sotterranei della diplomazia
In questo scacchiere complesso, a farne le spese è anche il ruolo del Vecchio Continente. Zelensky non ha mancato di sottolineare quella che considera una grave mancanza: l’Europa è di fatto assente dal tavolo che conta. “A mio avviso è un grande errore, davvero”, ha dichiarato, spiegando come Kiev stia cercando in tutti i modi di coinvolgere i partner europei nel processo affinché i loro interessi vengano presi in considerazione -2. La preoccupazione è che, in un negoziato a trazione esclusivamente americana, le istanze di sicurezza europee, che sono poi le stesse dell’Ucraina, possano essere sacrificate o messe in secondo piano. E mentre il fronte, come osservano alcuni analisti, si accuccia “come un animale stanco” -3, la diplomazia sotterranea continua a muoversi. Simon Shuster, biografo di Zelensky, ha raccolto confidenze in cui il presidente ribadisce la sua ostinazione: meglio non concludere alcun accordo piuttosto che costringere il popolo ucraino ad accettarne uno cattivo, una posizione che riflette la paura che un cattivo compromesso territoriale possa rivelarsi “esplosivo” per la tenuta interna del paese -3. I segnali che arrivano da Mosca, del resto, non sono incoraggianti, con Vladimir Putin che appare, agli occhi di Zelensky, come uno “schiavo di questa guerra” incapace di immaginare un futuro senza conflitto -6. La finestra per una trattativa che porti a una pace giusta, se mai esiste, sembra destinata a rimanere socchiusa ancora a lungo.




