Delfin, quattro anni dopo Del Vecchio la pace tra gli eredi è ancora lontana
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Redazione Economia
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Il 27 giugno del 2022 al San Raffaele moriva Leonardo Del Vecchio. E oggi il genio di Agordo, probabilmente, da dove si trova, si starà dando ragione per aver costruito una fortezza dorata tanto inespugnabile da proteggere il sogno della sua vita, come lui stesso definiva EssiLux. In questi giorni febbrili immaginare la parola fine a questo caos dinastico non è semplice. Anzi, più si avvicina l’assemblea del 30 giugno e più appare evidente quanto la strada verso una ricomposizione sia stretta, con il cda della cassaforte di famiglia che si è spaccato sull'ultimo tentativo di mediazione.
Il quarto anniversario e l'assemblea decisiva
Il quarto anniversario dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio poteva essere quello della svolta e della (quasi) pace. Invece, le ultime ore hanno certificato l'ennesima frattura, prima nel board di Delfin – la holding che custodisce quote di peso in Essilux (32% circa), Generali (10%), Unicredit (2,7%), Mps (17,4%) e Covivio (28%) – e poi tra gli eredi del patron di Luxottica, tutti azionisti della stessa holding.
L’intenzione era di chiudere quattro anni di contese, anche legali, sulla successione in una data simbolo, il 27 giugno, ma l’assemblea di martedì prossimo in Lussemburgo si preannuncia invece burrascosa.
In ballo non è un’eredità qualunque: è quella multimiliardaria di Leonardo Del Vecchio, il fondatore di EssilorLuxottica, gruppo da oltre 200 mila dipendenti, 28,5 miliardi di euro di ricavi e 78 miliardi di capitalizzazione. L’assemblea del 30 giugno sarà chiamata ad approvare il bilancio 2025 e la distribuzione dei dividendi, ma l’ordine del giorno potrebbe riservare sorprese, inclusa la proposta di nomina di commissari per l’audit, una sorta di collegio sindacale, da parte di alcuni soci.
La frattura sul riassetto e la lettera di patronage
Il tentativo di riassetto che doveva portare il quartogenito Leonardo Maria Del Vecchio a salire al 37,5% del capitale, acquistando le quote dei fratelli Luca e Paola per un valore di circa 10 miliardi, si è arenato proprio alla vigilia dell’appuntamento chiave. Il cda della holding, riunitosi nei giorni scorsi, ha bocciato la richiesta di sottoscrivere una lettera di patronage, una garanzia richiesta dalle banche – tra cui Unicredit, Bnp Paribas e Crédit Agricole – per concedere il finanziamento da 11 miliardi necessario all'operazione.
La lettera, che definiva le condizioni alle quali Delfin avrebbe esercitato i propri diritti di prelazione in caso di inadempimento di Leonardo Maria con le banche, è stata respinta dalla maggioranza del board. A favore si sono espressi solamente il presidente Francesco Milleri e il notaio Mario Notari, mentre il ceo Romolo Bardin e i consiglieri Giovanni Giallombardo e Aloyse May si sono astenuti o hanno votato contro.
Fonti vicine al family office di Leonardo Maria Del Vecchio hanno espresso «delusione e perplessità» per una decisione che rischia di paralizzare la gestione aziendale e che è stata interpretata come un tentativo di far naufragare il suo progetto di consolidamento.
Gli scenari possibili per la holding
Con il board spaccato e la famiglia divisa, il 30 giugno si prospetta come un momento di verifica della tenuta del consenso familiare. Per approvare il bilancio bastano cinque voti favorevoli su otto, ma per alzare il tetto della distribuzione dei dividendi oltre il 10% – mossa necessaria per rassicurare le banche finanziatrici – servono sei voti su otto. In caso di mancato accordo, le ipotesi sul tavolo spaziano dalla nomina di un commissario liquidatore fino a un buyback delle quote da parte della stessa Delfin, che riacquisterebbe le partecipazioni di chi vuole uscire.
La strada verso una ricomposizione resta dunque strettissima. La governance della holding, pensata dal fondatore per essere a prova di caos, richiede infatti l'unanimità per le modifiche statutarie più radicali, un obiettivo impossibile da raggiungere viste le posizioni inconciliabili degli otto eredi.
E così, mentre le partecipazioni in Mps e Generali generano plusvalenze enormi, il futuro della cassaforte che custodisce il cuore dell'impero di Leonardo Del Vecchio rimane appeso a un equilibrio precario, in attesa di un voto che potrebbe cambiare tutto o sancire definitivamente lo status quo.




