Delfin, l'assemblea del 30 giugno e il futuro della holding degli eredi Del Vecchio

Delfin, l'assemblea del 30 giugno e il futuro della holding degli eredi Del Vecchio
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Redazione Economia Redazione Economia   -   Martedì 30 giugno, l'assemblea degli otto soci della holding Delfin si annuncia come l'appuntamento più delicato dalla scomparsa di Leonardo Del Vecchio, avvenuta il 27 giugno del 2022 al San Raffaele. Gli eredi del patron di Luxottica, azionisti di riferimento di EssilorLuxottica con una quota di circa il 32% e tra i principali soci di Generali, Mps, UniCredit e Covivio, sono chiamati a un bivio che potrebbe determinare il futuro stesso della cassaforte lussemburghese.

All'ordine del giorno, infatti, non figurano soltanto l'approvazione del bilancio 2025 e la delibera sul dividendo, ma anche la proposta di nominare nuovi commissari per l'audit; ed è proprio il primo punto, quello relativo ai conti, a catalizzare le attese e le preoccupazioni, dal momento che una mancata approvazione rischierebbe di far precipitare la holding in una crisi istituzionale dagli esiti imprevedibili.

Il peso di un'assenza e il nodo della governance

A quattro anni di distanza dalla morte di Leonardo Del Vecchio, il genio di Agordo che aveva definito EssilorLuxottica il sogno della sua vita, la pace tra i suoi eredi appare ancora lontana, nonostante le speranze di una ricomposizione fossero state alimentate da alcuni segnali nelle settimane precedenti. L'ultimo consiglio di amministrazione della holding, tenutosi in preparazione dell'assemblea, ha invece certificato l'ennesima frattura, sia all'interno del board sia tra i soci stessi, rendendo evidente quanto la strada verso un accordo sia impervia.

La struttura di Delfin, che custodisce partecipazioni di peso in importanti realtà finanziarie e industriali, tra cui il 10% di Generali, il 2,7% di UniCredit, il 17,4% di Mps e il 28% di Covivio, si trova ora a fare i conti con le tensioni dinastiche che rischiano di minare la sua stessa stabilità.

La sfida per il controllo e il ruolo di Bardin

Al centro della contesa, che tiene banco nei corridoi della finanza milanese, c'è il progetto di Leonardo Maria Del Vecchio di rilevare le quote dei fratelli Paola e Luca, un'operazione che avrebbe potuto ridisegnare gli equilibri interni alla holding. Lo stop a questo piano, secondo alcune voci, sarebbe parte di una strategia più ampia messa in atto dall'amministratore delegato Romolo Bardin, che con questa mossa cercherebbe di aumentare la propria influenza all'interno della cassaforte degli eredi, allontanando l'ipotesi di un riassetto che lo avrebbe visto probabilmente ridimensionato.

A complicare ulteriormente il quadro, si inserisce la richiesta di patronage avanzata da Delfin nei confronti delle banche per ottenere un maxi finanziamento da 10 miliardi, un'operazione che richiederebbe un fronte unito e che invece rischia di essere ostacolata proprio dalle divisioni interne.

Lo scenario di una crisi istituzionale

Con l'avvicinarsi dell'assemblea del 30 giugno, il margine di manovra per trovare una sintesi si assottiglia di giorno in giorno, e l'eventualità che i conti non vengano approvati getta un'ombra lunga sul futuro della società. La mancata ratifica del bilancio, infatti, non sarebbe soltanto un incidente burocratico, ma aprirebbe una fase di incertezza che potrebbe portare, nello scenario più estremo, alla liquidazione della holding, mettendo a repentaglio gli interessi di tutti i soci e l'equilibrio delle partecipazioni azionarie in aziende strategiche per il sistema economico italiano.

La discussione, che si preannuncia infuocata e ricca di colpi di scena, sarà determinata da cinque voti chiave, quelli che serviranno agli eredi per evitare la crisi e che si configurano come il vero banco di prova per la tenuta di un impero costruito in decenni di lavoro e che ora, nell'incertezza, cerca una via d'uscita che al momento appare ancora stretta e piena di ostacoli.

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