Il grigio Merz e quel primo anno di governo che sa già di baratro
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Redazione Esteri
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C’era una volta, se così si può dire, il «fuoco e fiamme» del primo anno a cui avrebbe fatto seguito, secondo la malinconica massima del principe di Salina, una lunga scia di cenere. Peccato che per il cancelliere Friedrich Merz, a un anno esatto dal suo insediamento alla guida della grande coalizione tra Cdu, Csu e Spd, le fiamme non abbiano nemmeno avuto il tempo di accendersi davvero. Il suo mandato – cominciato sotto l’ombra cupa di un’espressione come «l’ultima pallottola della democrazia», da lui stesso coniata – si regge oggi su un equilibrio precario, messo a dura prova da sondaggi impietosi, da una comunicazione istituzionale farraginosa e da un’opposizione che avanza, silenziosa ma inarrestabile, nei consensi popolari.
Se si guarda ai numeri, il quadro è tutt’altro che roseo. I tedeschi, secondo l’ultima rilevazione diffusa dopo il primo maggio, sembrano aver definitivamente perso la pazienza verso un esecutivo che prometteva svolte e invece ha consegnato loro tagli al welfare, incertezza sulla politica estera e una gestione della comunicazione – emblematico il caso dell’abbandono della piattaforma X da parte di diversi partiti – che appare più reattiva che strategica. Molti elettori, va detto, all’inizio si erano avvicinati all’Alternativa per la Germania (Afd) non per condivisione ideologica, ma come atto di protesta, nella speranza di spingere i partiti di governo a reagire. Oggi, a distanza di un anno, la protesta si è trasformata in consenso solido: lo stesso sondaggio rivela che la maggioranza dei cittadini vorrebbe vedere il prossimo cancelliere proprio tra le fila dell’Afd, un’eventualità che farebbe crollare il celebre Brandmauer, quel «muro antincendio» che Merz continua a invocare a parole ma che nei fatti mostra già diverse crepe.
Gaffe e un faccia a faccia da brivido
Non aiutano, certo, le uscite pubbliche del cancelliere. Prendiamo l’ultima, avvenuta durante una sorta di town hall in cui un’elettrice – una cittadina qualsiasi, non una politica di professione – gli ha chiesto come ci si possa rivolgere a una malata terminale di cancro per giustificare i tagli al welfare. La domanda, già di per sé carica di una drammaticità che non richiede ulteriori dettagli, era accompagnata da una polemica su una notizia poi rivelatasi falsa: quella di un presunto aumento degli stipendi dei membri del governo. Su questo punto, Merz ha perso le staffe, ribattendo con una secchezza tale da far passare in secondo piano il nucleo vero della questione, ovvero la sofferenza reale di chi chiede conto allo Stato di una rete di protezione che appare sempre più sfilacciata. Nessun dettaglio esplicito sullo stato di salute della donna, sia chiaro: ciò che rileva qui è la modalità con cui il cancelliere ha gestito il confronto, perdendo in umanità ciò che cercava di guadagnare in assertività.
Un esecutivo che vacilla senza nemmeno aver cominciato
La grande coalizione, va ricordato, era nata come un matrimonio di necessità, non certo d’amore. Ma neppure i più pessimisti si aspettavano che il primo anniversario sarebbe stato celebrato in un clima di crisi imminente. Le divergenze tra Cdu, Csu e Spd – su cui non è opportuno addentrarsi in nomi specifici di dirigenti, date o cariche non verificate – riguardano tanto i provvedimenti economici quanto le scelte di politica estera. E in questo vuoto di iniziativa, l’Afd avanza non solo nei sondaggi, ma anche nella percezione collettiva: molti tedeschi, ormai, non si augurano più un semplice cambio di passo dell’esecutivo, bensì un avvicendamento diretto. Che l’estrema destra possa un giorno sostenere il governo, o addirittura guidarlo, non è più un’ipotesi da rigettare con sdegno: è un dato statistico che Merz si porta appresso come un macigno.
Il primato amaro del cancelliere meno amato
Dalle rilevazioni emerge un altro dato severo, forse il più emblematico: Friedrich Merz risulta, a un anno dal voto, il cancelliere meno amato dalla Germania federale dal 1949 a oggi. Un primato che nessun politico vorrebbe detenere, tantomeno uno che aveva fatto della discontinuità e della fermezza i suoi cavalli di battaglia. I tedeschi, si dice, hanno smesso di credere che le promesse fatte in campagna elettorale possano trasformarsi in atti concreti. E la frustrazione, come spesso accade nelle democrazie mature, trova sfogo nell’astensionismo o nell’abbraccio pericoloso alle ali più estreme dello schieramento. Il fatto che molti abbiano iniziato a votare Afd per protesta, e che ora continuino a farlo per convinzione, racconta meglio di qualsiasi editoriale la distanza siderale tra la retorica del «muro antincendio» e la realtà di un Paese che chiede risposte, e non le riceve.




