Torre Milano, la procura chiede la confisca: otto condanne per l’abuso edilizio

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   La procura di Milano, al termine di un’istruttoria che ha ricostruito filo dopo filo le distorsioni procedurali alla base di uno dei progetti più discussi degli ultimi anni, ha formulato otto richieste di condanna nei confronti di ex dirigenti, progettisti e costruttori coinvolti nella realizzazione della Torre Milano, il grattacielo di via Stresa che con i suoi ventiquattro piani – ottantadue metri di altezza, comprensivi del belvedere – domina il quartiere della Maggiolina. Le accuse, per le quali il pubblico ministero ha chiesto pene comprese tra un anno e due anni e quattro mesi di reclusione, oltre a multe che vanno da sedicimila a cinquantamila euro, sono quelle di abuso edilizio e lottizzazione abusiva. Ma il vero nodo, quello che tiene con il fiato sospeso le circa trecento persone che abitano i centodue appartamenti della torre, è la richiesta accessoria: la confisca dell’intero edificio, definito nell’udienza come un abuso «abnorme», frutto di «strafottenza» e «macroscopiche illegittimità».

Un gigante sotto accusa tra residenze e procedure contestate

La struttura, che sorge nella zona nord-est della città, rappresenta il primo grande intervento urbanistico milanese destinato a chiudersi con una sentenza di primo grado attesa prima dell’estate. Non è un dettaglio secondario, perché la confisca – se dovesse essere confermata in via definitiva – aprirebbe scenari complessi: l’abbattimento, pur non essendo automatico, resta una possibilità concreta, come non mancano di sottolineare gli stessi residenti, che si dicono «increduli» e tremano all’idea di perdere la propria casa. Il pm, nel richiedere la confisca del grattacielo di via Stresa, ha ricostruito un iter autorizzativo che sarebbe stato distorto al punto da far definire l’opera un «abuso abnorme». I costi potenziali, in caso di demolizione, sono stati quantificati in cifre che supererebbero i cinquanta milioni di euro, considerando anche i danni economici e le ricadute sulle famiglie che abitano la torre da tempo.

La giunta e la strana equidistanza tra urbanistica e altre battaglie

Mentre in tribunale si discute di lottizzazione abusiva e di richieste di condanna che coinvolgono i professionisti e i costruttori della torre, la giunta comunale guidata da Giuseppe Sala – che pure su altri fronti, come quello dello stadio di San Siro, ha usato toni decisi definendo Milano «non meritevole di un sindaco passacarte» – ha assunto una posizione prudente. Da un lato, il Comune ha annunciato che si costituirà parte civile nei procedimenti relativi a episodi di omolesbobitransfobia, dimostrando attenzione verso temi di inclusione. Dall’altro, però, sulla vicenda urbanistica di via Stresa il silenzio è quasi assordante: nessuna presa di posizione netta, nessuna richiesta di intervento immediato, nonostante il rischio concreto che un intero palazzo di lusso, nato senza un corretto iter autorizzativo, possa essere sottratto ai suoi attuali occupanti. Una scelta che molti, tra gli abitanti della zona, faticano a comprendere, vista la portata del caso.

L’attesa per la sentenza e il destino sospeso dei residenti

La partita a scacchi dell’urbanistica milanese ha quindi il suo pedone più esposto proprio su via Stresa. La sentenza di primo grado, che arriverà prima dell’estate, stabilirà se le otto richieste di condanna si tradurranno in verdetti di colpevolezza e, soprattutto, se la confisca dell’edificio sarà disposta già in questa fase. Ma anche in caso di accoglimento della richiesta della procura, il destino della torre – e delle centinaia di persone che ci vivono – potrebbe restare in sospeso per anni, in attesa di eventuali gradi di giudizio successivi. I residenti, che hanno assistito increduli allo sviluppo delle indagini, sanno bene che l’abbattimento non è una voce remota, ma una possibilità concreta, così come è concreto il timore di dover abbandonare le proprie abitazioni. La procura, dal canto suo, ha già tracciato un quadro chiaro: l’edificio è frutto di scelte progettuali e autorizzative che hanno ignorato le regole, e per questo va restituito alla legalità, anche a costo di radere al suolo ottanta metri di cemento e vetro.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.