Torre Milano, il pm chiede la confisca e otto condanne per l’abuso «abnorme»
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Redazione Interno
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La procura di Milano, al termine di un’inchiesta che ha scavato a fondo nelle pieghe di una delle operazioni edilizie più discusse degli ultimi anni, ha formulato otto richieste di condanna per altrettanti imputati – tra i quali figurano ex dirigenti, progettisti e costruttori – chiamati a rispondere, a vario titolo, di abuso edilizio e lottizzazione abusiva. Le pene prospettate, che oscillano tra un anno e due anni e quattro mesi di reclusione, sono accompagnate da sanzioni pecuniarie comprese fra 16mila e 50mila euro. Ma il vero nodo, quello che tiene con il fiato sospeso i circa trecento residenti della torre di via Stresa – ventiquattro piani, ottantadue metri d’altezza, centodue appartamenti – è rappresentato dalla richiesta di confisca dell’intero immobile, avanzata dal pubblico ministero come conseguenza diretta di un’illecita lottizzazione che gli stessi inquirenti non hanno esitato a definire «abnorme», fondata su quella che hanno chiamato «strafottenza» e su «macroscopiche illegittimità».
Un grattacielo nel mirino della giustizia, tra condanne e multe salate
Il processo, che si trascina ormai da tempo nelle aule di corso Monforte, ha restituito un quadro giudiziario impietoso: secondo l’accusa, la realizzazione del grattacielo non sarebbe stata semplicemente irregolare, bensì il frutto di un disegno speculativo che avrebbe ignorato in modo sistematico le prescrizioni urbanistiche. Per questo, le richieste di condanna – che vanno da un minimo di un anno fino a due anni e quattro mesi – non rappresentano soltanto una sanzione penale per i singoli, ma il presupposto giuridico per innescare la procedura ablativa. La confisca, infatti, se dovesse diventare definitiva dopo i vari gradi di giudizio, colpirebbe l’intero fabbricato, inclusi i centodue alloggi attualmente abitati. Una prospettiva che, come è facile immaginare, ha gettato nello sconcerto i residenti: per loro, come hanno fatto sapere attraverso i propri rappresentanti, la demolizione – paventata come una «possibilità concreta» – comporterebbe danni economici stimati fino a cinquanta milioni di euro.
Il bilanciamento degli interessi e l’incognita della «buona fede» degli acquirenti
Il destino della torre, va detto, non è segnato in modo automatico dalla richiesta del pm. In ballo c’è un «equilibrio sottile», per usare le parole dell’avvocato amministrativista Antonino La Lumia, presidente dell’Ordine di Milano, che ha voluto sottolineare come il giudice dovrà necessariamente operare un delicato bilanciamento fra la necessità di ripristinare la legalità violata e la tutela di chi, quei beni, li ha acquistati in buona fede. «Non credo – ha osservato il penalista – che nel caso di una sentenza di condanna definitiva si arrivi effettivamente alla confisca di un palazzo già abitato, perché sarebbe un provvedimento sproporzionato rispetto agli interessi in gioco». Il cardine, spiega, sarà proprio la dimostrazione della buona fede dei proprietari degli appartamenti, persone che non hanno avuto alcun ruolo nella realizzazione abusiva e che rischierebbero di pagare per scelte altrui. Una partita, insomma, che si giocherà sui diritti fondamentali e sulla qualità stessa dello Stato di diritto.
Il silenzio della giunta e il conto in sospeso dell’urbanistica milanese
Mentre la procura stringe il cerchio, la giunta comunale – che pure in altre occasioni non ha lesinato dichiarazioni di principio – su questo caso specifico ha scelto per ora la linea del basso profilo. Nessuna presa di posizione netta, se non l’annuncio che il comune si costituirà parte civile in altri procedimenti legati a episodi di omolesbobitransfobia. Eppure, il paradosso è evidente: lo stesso sindaco Giuseppe Sala, che proprio in questi giorni a proposito dello stadio di San Siro ha dichiarato che Milano «non merita un sindaco passacarte», si trova ora a incassare il conto del primo grande processo sull’urbanistica milanese. Un conto che arriva proprio lì dove un primo cittadino non può limitarsi a passare documenti, ma deve confrontarsi con la concretezza del paesaggio urbano, delle scelte edilizie e delle loro conseguenze giudiziarie. La sentenza di primo grado, attesa prima dell’estate, farà chiarezza solo su alcuni aspetti. Per il resto, i tempi della giustizia – con i prevedibili appelli e ricorsi – potrebbero allungarsi per anni, lasciando gli abitanti della torre in un’impietosa zona grigia: né completamente al sicuro, né definitivamente espropriati.




