Carlo Conti e la difesa dell’autonomia artistica: “Nessuna interferenza sul caso Pucci, la scelta fu solo mia”

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nel giorno in cui il Palazzo della Presidenza della Repubblica apre le sue porte ai cantori del Festival, quasi a suggellare un legame che la vulgata vorrebbe antitetico tra la cultura alta delle istituzioni e quella popolare del Teatro Ariston, Carlo Conti si trova a dover fare i conti, ancora una volta, con l’eco di una bufera che sembrava essersi placata. La visita al Quirinale, un evento storico che per la prima volta vede un Capo dello Stato ricevere ufficialmente i big in gara e i conduttori – e ci sono tutti, da Laura Pausini in total white a Elettra Lamborghini, passando per l’eleganza non convenzionale di Ermal Meta con un cappotto da donna e la provocazione western di J-Ax – diventa anche l’occasione per il direttore artistico di ribadire con forza un concetto a lui caro. La mattina del 13 febbraio, mentre i fan si accalcano in piazza per rubare uno scatto ai loro idoli e Sergio Mattarella, reduce dall’incontro con le medaglie olimpiche di Cortina, si appresta a ricevere la comitiva, Conti ai microfoni di Rtl 102.5 torna sulla vicenda che ha scosso la vigilia del festival: il passo indietro del comico Andrea Pucci.

La narrazione che voleva pressioni esterne, addirittura interferenze governative sulla composizione del cast dopo le polemiche sollevate da alcune forze politiche sulle posizioni del comico, viene spazzata via con una nettezza che non lascia spazio a fraintendimenti. “Noi direttori artistici abbiamo assoluta carta bianca”, scandisce Conti, quasi a voler mettere i puntini sulle “i” in una querelle che rischiava di avvelenare l’atmosfera della kermesse. La sua è una difesa d’ufficio del mestiere, della professionalità di chi quel palco lo costruisce con sudore e passione, e lo fa rivendicando una libertà che, a suo dire, non è mai stata intaccata né dall’attuale esecutivo guidato da Giorgia Meloni né da quelli che l’hanno preceduto. “Nessuno si permette di interferire, di dirmi chi prendere o meno”, aggiunge con fermezza, quasi stupito che si possa anche solo ipotizzare il contrario. Siamo professionisti, sembra voler dire, e il nostro operato si basa su criteri artistici, non su direttive politiche.

Se di errori si è trattato, e il caso Pucci ha indubbiamente creato un terremoto mediatico, Conti se ne assume la piena responsabilità, senza cercare capri espiatori o alibi di sorta. La scelta del comico, spiega, fu “del tutto autonoma”, maturata in base a valutazioni squisitamente professionali che nulla avevano a che vedere con le tempeste dei social network o le sensibilità del momento. “Avevo premiato Pucci all’Arena di Verona per gli incassi del teatro”, ricorda il direttore artistico, motivando una decisione che guardava al curriculum e al successo di pubblico dell’artista. D’altronde, ragiona Conti, quello stesso comico era stato ospite di innumerevoli trasmissioni, aveva calcato i palchi di Zelig senza che mai si sollevasse un polverone. “Il festival è nell’occhio del ciclone”, è la sua analisi, quasi una constatazione rassegnata di come la manifestazione, per la sua stessa natura, finisca per diventare una lente di ingrandimento che amplifica ogni gesto, ogni scelta, trasformandola in occasione di dibattito, talvolta pretestuoso, dove “si viene tirati un po’ tutti per la giacca”. La foto, quella che ritraeva Pucci nudo di spalle per annunciare la sua partecipazione, viene liquidata come una semplice “goliardata”, un vezzo comunicativo che, a posteriori, ha contribuito ad alimentare un fuoco che il comico ha poi preferito spegnere ritirandosi.

L’abbraccio del Quirinale e il momento d’oro della discografia italiana

Se la polemica tiene banco nelle dichiarazioni rilasciate ai microfoni prima dell’ingresso al Colle, l’atmosfera che si respira tra gli scaloni del Quirinale è però ben altra cosa, fatta di sobrietà istituzionale e di un riconoscimento che va al di là del semplice evento televisivo. L’incontro con Sergio Mattarella rappresenta una svolta, una sorta di investitura per un genere musicale, quello leggero, troppo spesso considerato di serie B ma che invece, come dimostrano i numeri, vive una fase di straordinaria vitalità. Conti lo sottolinea con dati alla mano, raccontando di un’inversione di tendenza che parla chiaro: se dieci o dodici anni fa la hit parade nazionale era dominata da otto brani stranieri e solo due o tre italiani, oggi la situazione è completamente ribaltata, con le classifiche di fine anno che vedono una schiacciante maggioranza di artisti nostrani e pochissime presenze internazionali. È il segno, secondo il direttore artistico, di un “grande fermento”, del lavoro certosino portato avanti da discografici, autori e interpreti, senza dimenticare quelle nuove leve che ogni anno immettono linfa fresca nel sistema, decretando un momento di “grandissimo splendore” per la canzone italiana. Da qui l’importanza della stretta di mano con Mattarella, vista non come un semplice cerimoniale ma come un plauso a un intero comparto produttivo e culturale del paese.

E mentre i fan all’esterno sperano in un autografo e i cantanti sfilano con look che tentano un equilibrio tra rispetto dell’occasione e personalità artistica – dalle tinte scure di molti agli squarci di colore chiaro di Pausini e Lamborghini, fino alla minigonna di Ditonellapiaga che, confida, “era di mia nonna” – Conti lascia trasparire anche qualche altra riflessione personale. La sua quinta volta sul podio dell’Ariston, spiega, ha il sapore di un congedo, o quantomeno di un momento di stacco naturale. “Questo è il mio quinto festival, il numero perfetto per smettere”, dichiara senza troppi giri di parole, sottolineando come negli ultimi dodici anni la direzione artistica sia stata sostanzialmente un affare tra lui, Amadeus e Claudio Baglioni. Dieci anni in due e due dell’altro, un ciclo che si chiude per lasciare spazio a nuove idee, a una “nuova linfa” che, per paradosso, è la stessa che lui oggi celebra nei giovani cantanti in gara. Il suo sguardo, però, non è rivolto solo al passato o al presente della musica. In vista dell’inizio della kermesse, previsto per il 24 febbraio con la prima serata che vedrà tutti e trenta i big esibirsi, Conti accarezza un sogno: portare sul palco dell’Ariston i medagliati delle Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. “Sarebbe bello – confessa – avere tutto un gruppo di loro per celebrare anche a Sanremo i risultati fantastici dei nostri atleti”. Un ponte ideale tra lo sport e la canzone, tra due modi diversi di rappresentare l’eccellenza italiana, nello stesso spirito di quella visita al Quirinale che oggi ha accomunato sotto lo stesso tetto chi vince le gare e chi scrive le melodie. L’edizione, lo ha già annunciato, sarà dedicata a Pippo Baudo, filo rosso che dalla sigla accompagnerà ogni serata, quasi a ricordare che, al di là delle polemiche, il Festival è una storia che si tramanda, fatta di volti, voci e, come lui stesso auspica, di quella leggerezza che sola può restituirgli la sua anima autentica.

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