Futurare/5 – Guida autonoma, il talento italiano sfida il futuro
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Redazione Economia
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La macchina che si guida da sola, contrariamente a quanto si possa ancora pensare ascoltando i dibattiti pubblici divisi tra opposte fazioni, non è più relegata ai soliti scenari fantascientifici: esiste già, e in molti laboratori italiani sta silenziosamente imparando a vedere il mondo circostante, a prevederne le evoluzioni e a reagire di conseguenza. Mentre fuori si discute tra entusiasmi e timori infondati, all’interno della motor valley e non solo, ci sono realtà che da anni trasformano questa rivoluzione in una tecnologia concreta, sicura e affidabile. Nella quinta puntata di “Futurare – Il mondo visto da un’altra prospettiva”, ci si immerge in uno dei temi destinati a cambiare più radicalmente il nostro rapporto con le città, con il lavoro e con la mobilità stessa, ovvero la guida autonoma, una frontiera che l’Italia ha deciso di non guardare da spettatrice.
La sfida dei sensori e il modello “robo-sharing”
Trentotto milioni di euro. È questa la cifra che è valsa l’ingresso ufficiale dell’Italia nella partita globale della guida autonoma, una somma ragguardevole che ha permesso a Niulinx, spin-off del Politecnico di Milano dal forte legame con Bergamo (tre dei suoi fondatori, gli ingegneri Luca Crotti, Alberto Lucchini e Chiara Marchesi, sono infatti bergamaschi), di chiudere un primo round di investimenti a metà aprile. Il supporto, ottenuto da colossi come Cdp Venture Capital, Pirelli, Ferrovie dello Stato e A2A, non è servito per inseguire modelli già visti, come i “robotaxi” made in USA di Waymo o Zoox, ma per affermare un’idea tutta europea di mobilità: il cosiddetto “robo-sharing”. Il meccanismo, in apparenza semplice ma tecnicamente complesso, si basa su un principio preciso: l’utente prenota il servizio dal proprio smartphone, l’auto – modificata e riomologata con sensori Lidar, telecamere e algoritmi proprietari – raggiunge il cliente in autonomia, ma è quest’ultimo a dover prendere il volante per guidare fino a destinazione, dopodiché il veicolo prosegue da solo verso la sosta o la ricarica. Una soluzione, questa, che aggira abilmente la dura concorrenza con i taxi tradizionali e si adatta perfettamente alla conformazione delle nostre città, dove l’auto privata regna ancora sovrana occupando gran parte dello spazio pubblico.
Dalla ricerca all’industria: il progetto Auriga e il proof of concept
Trasformare le tecnologie di guida autonoma da mero ambito sperimentale a componente integrabile nei servizi di sharing è l’obiettivo dichiarato anche di “robo-sharing”, un progetto di mobilità urbana sviluppato dalla software house italiana Auriga. Quest’ultimo, che ha già portato alla realizzazione di un Proof of Concept, nasce da un felice incontro tra la ricerca accademica del Politecnico – in particolare del team AIDA (Artificial Intelligence Driving Autonomous) – e l’innovazione industriale. La tecnologia di AIDA, va ricordato, ha permesso di progettare sistemi capaci di abilitare funzioni di guida autonoma su veicoli elettrici di serie, superando così il limite dei laboratori. Non si tratta, è bene sottolinearlo, di un salto nel vuoto: la startup Niulinx, forte del know-how del gruppo di ricerca coordinato dal professor Sergio Matteo Savaresi, ha già validato la propria strada nel 2025 con un progetto pilota a Brescia, dimostrando che la macchina può effettivamente gestire da sola il “primo miglio” e l’ultimo. Per raggiungere questo risultato, i veicoli vengono equipaggiati con un’enorme mole di sensori e unità di calcolo che eseguono algoritmi di intelligenza artificiale, sebbene – va detto – per gestire i cosiddetti “falsi positivi” (ostacoli non riconosciuti) sia ancora prevista una centrale umana che visualizza le immagini e indica la procedura, senza però prendere fisicamente il controllo del mezzo.
Le priorità per le città italiane e il peso della proprietà privata
Nelle aree urbane italiane, il predominio dell’auto privata ha generato nel tempo uno scenario di sprechi diffusi e rigidità sistemiche: lo si vede chiaramente quando si osservano milioni di vetture ferme, inutilizzate per la gran parte della giornata, mentre lo spazio pubblico viene divorato da lamiere immobili. Proprio da questa fotografia scaturisce l’urgenza di ripensare servizi che vadano oltre la semplice proprietà individuale, facendo della condivisione non un’alternativa di nicchia, ma una componente stabile della mobilità quotidiana. L’approccio Niulinx, che prevede auto a due posti (una scelta motivata dal fatto che nel 90% dei percorsi le vetture trasportano al massimo due persone), è pensato per snellire il traffico e adattarsi ai sensi unici e ai parcheggi angusti delle nostre città. Il limite normativo, tuttavia, resta l’ostacolo maggiore: se da un lato aziende come Niulinx prevedono di ottenere l’omologazione europea entro tre anni, dall’altro l’Italia è ancora in ritardo nell’adeguare il codice della strada per consentire la piena circolazione senza conducente, un vuoto normativo che paesi come Germania e Francia hanno già colmato.
Competizione globale e specificità del mercato europeo
La strada verso l’omologazione, è bene chiarirlo, è in salita e disseminata di ostacoli burocratici, una frammentazione normativa che l’Europa sconta nei confronti di Cina e Stati Uniti. Per creare una piattaforma capace di gestire ogni problema su strada in autonomia, gli esperti stimano investimenti intorno ai dieci miliardi, una cifra insostenibile per una singola realtà; da qui la scelta di Niulinx di demandare la soluzione dei casi complessi a un operatore remoto, abbattendo così i costi. L’amministratore delegato della startup, Luca Foresti, ha ribadito come l’Europa abbia bisogno di un’industria della guida autonoma costruita sulle proprie regole e i propri valori, e in questo senso il modello di business italiano – che prevede la vendita del servizio agli operatori locali invece della gestione diretta – potrebbe rappresentare un vantaggio competitivo. Mentre a Torino si spinge per diventare città pilota in Europa, in Lombardia si continua a testare su strada, con la consapevolezza che la rivoluzione della mobilità non sarà improvvisa ma graduale, partendo da velocità limitate (30 km/h) per garantire la massima sicurezza. Le premesse per cambiare il volto delle nostre metropoli, insomma, sono tutte scritte nei sensori di queste vetture, in attesa che la legge dia loro il via libera definitivo.




