Il paradosso delle auto ferme: a Milano (e in Italia) ne circola solo una su dieci, la svolta è nel “robo-sharing”
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Redazione Economia
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Quando si osserva il traffico delle grandi metropoli italiane, specialmente durante quelle che vengono definite le “ore di punta”, si ha l’impressione di un sistema saturo, quasi al collasso. Eppure, come emerge chiaramente dai dati raccolti dal gruppo di ricerca AIDA (Artificial Intelligence Driving Autonomous) del Politecnico di Milano, questa percezione visiva inganna profondamente la realtà dei fatti. Nel nostro Paese, dove convivono 60 milioni di abitanti e un parco circolante di circa 45 milioni di veicoli, esiste una distorsione operativa di proporzioni gigantesche: letteralmente, il mare di lamiere che riempie le nostre città è spesso fermo. Il professor Sergio Savaresi, direttore del reparto di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Polimi, ha quantificato il fenomeno con una precisione chirurgica, spiegando che persino nei momenti di massima congestione – come le otto del mattino a Milano o le partenze per le vacanze di Ferragosto – la percentuale di auto che si muove contemporaneamente non supera mai il 10%. Ne consegue, quindi, che un esercito di circa 40 milioni e mezzo di vetture (il 90% del totale) giace inutilizzato, parcheggiato su marciapiedi, strade e corsie preferenziali.
Lo spreco di spazio e la crisi del car sharing tradizionale
Questa immobilizzazione di massa comporta un costo urbano altissimo, che va ben oltre la semplice inefficienza del traffico. A Milano, per fare un esempio, si stima che la metà delle automobili occupi fisicamente circa 5 milioni di metri quadrati di suolo pubblico, una superficie enorme che viene sottratta ad aree verdi, pedonali o a servizi. E la maggior parte di quei mezzi, paradossalmente, non percorre nemmeno 10mila chilometri l’anno, fungendo più da “ciclopi” inamovibili che da strumenti di mobilità. In questo contesto, il tentativo di risolvere il problema con i modelli tradizionali di car sharing ha subito, come è noto, una battuta d’arresto piuttosto significativa. Il sistema a flusso libero, quello dove si può prelevare e lasciare l’auto in qualsiasi luogo della città senza vincoli di stazioni, ha mostrato tutte le sue fragilità strutturali: la crisi operativa si è intrecciata con costi di gestione insostenibili e una piaga sociale difficile da arginare, fatta di frequenti atti vandalici e furti che hanno minato il business. Molti servizi storici hanno abbassato la serranda nelle principali metropoli, lasciando un vuoto che però non ha fermato la ricerca di nuove soluzioni.
La risposta della tecnologia: guida autonoma e flotte ridotte
Proprio nel solco di questo fallimento (che ha fatto da inevitabile "pietra di paragone") sta nascendo un fermento tecnologico radicalmente diverso, che punta tutto sulla guida autonoma per scardinare le leggi della proprietà privata. Se un’auto privata resta ferma per il 90% del tempo, l’auto a guida autonoma condivisa (quella che gli esperti chiamano “robo-sharing”) potrebbe viaggiare quasi in continuazione, riducendo drasticamente il numero di veicoli necessari. È una rivoluzione copernicana che ribalta il paradigma: non più un’auto per ogni famiglia, ma un servizio di Taxi o Noleggio senza conducente che si muove in sciami.
E qui entra in gioco la prospettiva concreta di Niulinx, il nuovo operatore che, forte della ricerca del Polimi, sta tentando una scommessa coraggiosa. L’obiettivo è disegnare un futuro dove l’utente, tramite app, viene raggiunto dall’auto che arriva da sola (muovendosi a bassa velocità in autonomia), la guida fino a destinazione, e poi il veicolo – senza bisogno di essere parcheggiato dall’uomo – si allontana per servire un altro cliente o recarsi a una stazione di ricarica wireless. Abbiamo avuto modo di provare il prototipo di questa tecnologia su una strada chiusa al traffico che l’ateneo milanese utilizza per i test; un sistema complesso composto da telecamere, Lidar, Gps e attuatori, dove i sensori trasformano milioni di dati in decisioni in tempo reale, ottimizzando le traiettorie tra i vincoli fisici e quelli normativi.
I dati della svolta e i nuovi modelli di business
Questa transizione non è una semplice utopia da laboratorio, ma trova conferme tangibili nelle simulazioni condotte sui dati reali della città di Milano. Elaborando le telemetrie di circa 28mila automobili private, i ricercatori del gruppo AIDA sono giunti a una conclusione impressionante: un singolo veicolo in condivisione autonoma potrebbe sostituire fino a 12 auto private. In pratica, per soddisfare la domanda di mobilità attuale, basterebbe una flotta di soli 2.300 mezzi a guida autonoma, che passerebbero da un tasso di utilizzo misero del 5% (tipico dell’auto di proprietà) a un efficienza del 31%. Per questo, nonostante il passato turbolento del car sharing, nuovi investimenti stanno ridisegnando il mercato. Come dimostra l’ingresso di colossi come il Gruppo Ferrovie dello Stato nel capitale di Niulinx (con operazioni da decine di milioni di euro), la scommessa sull’auto che si guida da sola è vista come l’unica arma per "liberare" fisicamente le nostre città da quella distesa di metallo che, per il 90% del tempo, è solo un ostacolo statico.




