Gli ultimi messaggi di Pamela Genini prima del femminicidio a Arzignano
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Redazione Interno
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La disperazione, che si traduce in parole scaraventate sullo schermo di uno smartphone senza più alcuna cura per la punteggiatura, ha il suono straziante di un “Teso', che faccio?”. Quel messaggio, inviato alle 21:52 di una sera qualunque, costituisce l’ultimo, disperato contatto di Pamela Genini con il mondo esterno, un grido d’aiuto soffocato pochi istanti dopo dall’irruzione in casa di Gianluca Soncin, il compagno da cui si era allontanata. L’uomo, stando a quanto ricostruito dagli investigatori, fece ingresso nell’abitazione servendosi di una copia delle chiavi che aveva precedentemente fatto realizzare all’insaputa della donna, colta dunque completamente alla sprovvista mentre era al telefono con il suo ex fidanzato, al quale, appena sette minuti prima, aveva già confidato tutta la sua angoscia: “Ho paura - aveva scritto la ventinovenne -. Ti rendi conto cosa ha fatto? Questo è matto completamente non so che fare”. Un flusso di coscienza digitale che, partito dalle 21:35, dipinge il quadro di un terrore crescente e tangibile, culminato nella richiesta esplicita di soccorso: “Chiama polizia”.
L’irruzione e il silenzio
La sequenza temporale di quei diciassette minuti fatali, scandita dai messaggi che Pamela Genini inviava all’ex fidanzato Francesco Dolci, delinea una tragedia annunciata che si consuma con una rapidità agghiacciante. L’amico, che era in linea con lei proprio nel momento in cui Soncin varcava la soglia di casa, non poté fare altro che allertare immediatamente le forze dell’ordine, le quali, sebbene giunte sul posto in tempi brevissimi, non ebbero modo di impedire l’epilogo. L’azione dell’uomo, secondo la procura, fu guidata da una volontà omicida precisa e premeditata, come sembrerebbe dimostrare il duplicato clandestino delle chiavi, strumento che gli permise di aggirare qualsiasi difesa e di sorprendere la vittima nel luogo che avrebbe dovuto rappresentare il suo rifugio più sicuro.
L’interrogatorio e il muro del silenzio
Dinanzi alla pm Alessia Menegazzo, Gianluca Soncin ha opposto un muro di silenzio, dopo aver rilasciato soltanto alcune stringate dichiarazioni riguardanti la sua situazione lavorativa. L’uomo, cinquantaduenne, ha affermato di essere impiegato “presso l’azienda di mio padre ad Arzignano”, senza tuttavia rammentarne il nome, specificando che l’attività è legata alla “lavorazione di pellame”. Dopo questo scarno preambolo, si è avvalso della facoltà di non rispondere, lasciando così senza spiegazioni dirette i motivi che lo avrebbero spinto a un gesto di tale violenza. Un silenzio che contrasta platealmente con il tumulto di paura e di parole della vittima, i cui messaggi restano a testimoniare, in maniera più eloquente di qualsiasi accusa, la consapevolezza di un pericolo imminente.
Il contesto e le radici
Alle spalle dell’indagato emerge un trascorso legato al Polesine, dove ha vissuto per oltre un ventennio a Porto Viro, in provincia di Rovigo. Proprio in quel comune risiedono ancora i genitori, Lamberto e Mara, i quali, in queste ore, hanno scelto un riserbo totale, rifiutandosi di rilasciare qualsiasi dichiarazione riguardo alla vicenda che li vede coinvolti indirettamente. Un ritratto, il loro, che si delinea attraverso la volontà di non voler parlare, di chiudersi nel proprio dolore o forse nello sconcerto, mentre le indagini procedono per ricostruire compiutamente la dinamica e le possibili concause di un femminicidio che ha l’amaro sapore di una prevedibilità non sufficientemente scongiurata.




