La mobilitazione di Cgil, Anpi e Arci contro l’uso delle basi in Sicilia: "Non siamo una portaerei"
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Redazione Interno
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È un coro che si leva compatto da più parti, un monito che attraversa il mondo dell’associazionismo e del sindacato per dire no a un coinvolgimento che si ritiene sempre più concreto e, per questo, inaccettabile. Cgil, Anpi e Arci, assieme ad Auser, Federconsumatori, Legambiente, Libera e Uisp, hanno rotto gli indugi dichiarandosi pronti alla mobilitazione: l’oggetto del contendere, ormai da giorni al centro del dibattito politico e istituzionale, è il possibile utilizzo delle installazioni militari americane presenti in Sicilia nell’ambito dell’escalation che sta insanguinando il Medio Oriente. La loro posizione è netta e si riassume in uno slogan che è già un programma: "La Sicilia non è una portaerei nel Mediterraneo". Un j'accuse che non lascia spazio a interpretazioni, lanciato mentre il governo, nella persona del ministro della Difesa Guido Crosetto e del ministro degli Esteri Antonio Tajani, riferiva in Aula alla Camera sulla crisi in Iran, portando poi all'approvazione di una risoluzione di maggioranza.
Il nodo delle basi e la posizione del governo
La preoccupazione delle associazioni, va detto, non nasce dal nulla ma si innesta su un quadro di attività militari che, negli ultimi giorni, hanno subito un’evidente intensificazione. Sotto i riflettori è finito in particolare lo scalo di Sigonella, in Sicilia, dove si è registrato un aumento del traffico di droni e aerei americani, velivoli che – almeno stando alle rassicurazioni ufficiali – sarebbero impegnati esclusivamente in missioni di rifornimento, supporto logistico e sorveglianza aerea. Il sottosegretario Alfredo Mantovano è stato chiaro nel ribadire che, ad oggi, "non è pervenuta alcuna richiesta" da parte statunitense per operazioni che vadano oltre questo perimetro, escludendo quindi scenari bellici che comportino attacchi diretti. Il ministro Crosetto, dal canto suo, ha specificato come l'utilizzo delle basi avvenga in stretta aderenza ad accordi Nato e a memorandum d'intesa che regolano la materia da decenni, cornici giuridiche che nessun esecutivo ha mai sentito l'esigenza di modificare.
Eppure, questa posizione di basso profilo istituzionale non basta a placare gli animi di chi, come Cgil, Anpi e Arci, vede in quei movimenti di aerei e nell'attivazione di snodi logistici il pericolo concreto di una trasformazione dell'isola in una piattaforma operativa. "Mentre nei palazzi delle istituzioni si richiamano accordi pregressi", denunciano le organizzazioni in una nota congiunta, "in Sicilia registriamo già traffico militare, allerta operativa, collegamenti satellitari attivi. Stiamo diventando parte della catena bellica e quindi potenziale bersaglio". Il rischio, per loro, non è ipotetico ma attuale: un territorio che ospita basi strategiche utilizzate nell'ambito di un conflitto ne diviene, di fatto, parte integrante, esponendosi a tutte le conseguenze del caso.
Le richieste della società civile e il dibattito parlamentare
L’allarme lanciato dal mondo dell’associazionismo punta il dito anche contro le scelte che si profilano a livello nazionale. Nella loro nota, Cgil, Anpi e le altre realtà chiedono un intervento diretto del governo regionale e, al contempo, un atto di indirizzo preciso da parte del Parlamento nazionale affinché venga bocciata ogni ipotesi di risoluzione che possa aprire la strada a un utilizzo bellico delle installazioni. Un richiamo esplicito, questo, al dibattito che nelle stesse ore infiammava le Camere, dove l'opposizione – in particolare il Partito Democratico con Elly Schlein, il Movimento 5 Stelle con Giuseppe Conte e Alleanza Verdi e Sinistra – chiedeva a gran voce una presa di posizione netta contro la concessione delle basi per supportare operazioni militari che, a loro giudizio, violano il diritto internazionale. La segretaria dem, in Aula, è stata perentoria: "Non è che tornerete qui se ve le chiedono. Dovete dire di no già adesso".
Non sono mancate, in questo acceso confronto, voci critiche nei confronti dell’amministrazione statunitense guidata da Donald Trump – tornato alla Casa Bianca – e del premier israeliano Benjamin Netanyahu, con l'opposizione che ha accusato il governo di non avere il coraggio di condannare apertamente le azioni dei suoi alleati. Un passaggio, quest'ultimo, che ha portato il ministro Crosetto a definire l'attacco militare "fuori dalle regole del diritto internazionale", una presa di posizione arrivata a sei giorni dall'inizio delle ostilità e che ha comunque aperto una crepa nel muro dell'allineamento atlantico.
Il precedente storico e la mobilitazione sul territorio
La memoria, in Sicilia, corre inevitabilmente indietro nel tempo, a quelle mobilitazioni degli anni Ottanta che videro l'isola diventare un simbolo della lotta per la pace contro l'installazione dei missili Cruise a Comiso. Un parallelismo che non sfugge ai promotori della protesta odierna, i quali rivendicano con forza l'identità di una regione che, per storia e vocazione, "è terra di pace" e non intende essere relegata al ruolo di avamposto strategico di conflitti altrui. Il riferimento alla manifestazione del 4 aprile 1982, voluta da figure come Pio La Torre, è un tassello fondamentale per inquadrare la continuità di un sentimento popolare che oggi torna a esprimersi.
L’intensificarsi del traffico nella base di Sigonella, con i suoi droni Global Hawk e i velivoli Poseidon, e il costante funzionamento del sistema MUOS di Niscemi – uno dei nodi satellitari globali che collegano le forze armate americane – sono percepiti come segnali inequivocabili di un coinvolgimento di fatto, al di là delle formule diplomatiche. Per i comitati e le associazioni, la linea che separa il supporto logistico dalla partecipazione attiva a un conflitto è sottile, e temono che l'isola possa ritrovarsi suo malgrado nel mirino. Da qui la dichiarazione di "prontezza alla mobilitazione", un avviso alla politica e alle istituzioni che la partita non si giocherà solo nei palazzi romani, ma anche nelle piazze siciliane, a difesa di un principio: che l'isola non diventi, per usare le loro parole, una piattaforma di guerra.




