India, ancora misteri sul disastro aereo che ha causato 260 morti
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Redazione Esteri
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L’interruzione dell’afflusso di carburante per soli dieci secondi potrebbe essere all’origine della tragedia che il 12 giugno scorso ha coinvolto il volo AI171 di Air India, decollato da Ahmedabad e schiantatosi dopo appena 32 secondi, uccidendo 260 persone, tra cui 19 a terra. Nonostante le indagini abbiano già prodotto un rapporto preliminare di 15 pagine, le cause restano incerte: si oscilla tra l’ipotesi di un guasto software e quella di un errore umano, mentre l’attenzione delle autorità si concentra sempre più sulle azioni dei piloti.
Secondo quanto emerge dal documento redatto dall’Aircraft Accident Investigation Bureau indiano, le leve di controllo dei motori sarebbero passate dalla posizione «run» a «cut-off» immediatamente dopo il decollo, interrompendo l’alimentazione e provocando lo spegnimento degli impianti. Una manovra che, se confermata come intenzionale, aprirebbe scenari inquietanti, ma che potrebbe anche essere stata il risultato di un malfunzionamento tecnico. A complicare il quadro, due alert emessi dalla Federal Aviation Administration statunitense nel 2018 e nel 2021, i quali segnalavano possibili criticità nel sistema di gestione del carburante dello stesso modello di aeromobile.
Le ultime ore del comandante Sumeet Sabharwal e del suo copilota sono ora al centro delle indagini. Le autorità stanno ricostruendo il loro profilo professionale e personale, oltre alle conversazioni registrate nella cabina di pilotaggio nei momenti precedenti all’impatto. Tra i frammenti rilevati, la frase «uno dei miei ultimi voli», pronunciata da uno dei due, ha suscitato interrogativi, sebbene non vi siano ancora elementi per stabilirne il contesto o l’effettiva rilevanza.




